domenica 24 febbraio 2013

Nessun uomo è un'isola.


Tralasciando per un attimo che l'abbia scritto Adolf Hitler nel suo "Mein Kampf", ogni volta che si avvicinano le elezioni rileggo questo attacco, e ogni volta mi sembra scritto oggi. E, sinistramente, oggi ricorrono 93 anni esatti. Poiché la storia è ciclica e popolo e populisti sono amanti che si scornano da lunga data, domani, prima di entrare in quel posto, ricordati che" Nessun uomo è un'isola, compiuto in sé stesso...perciò non chiedere mai per chi suona la campana:essa suona per te." E questo era John Donne. 
"Il 24 febbraio 1920 ebbe luogo la prima grande manifestazione pubblica del nostro giovane movimento. Nel salone della Birreria reale, a Monaco, le venticinque tesi del programma del nuovo partito furono esposte ad una moltitudine di quasi duemila persone, e ciascun punto fu approvato fra grida di consenso e di giubilo.
Con ciò furono poste le direttive e i principi fondamentali di una lotta mirante a farla finita con la sozzura vera e propria di concezioni e opinioni decrepite e con tutti gli scopi poco chiari, anzi dannosi. Una nuova forza doveva scagliarsi contro il pigro e codardo mondo borghese, contro la marcia trionfale della ondata marxista, per rimettere in equilibrio, all'ultima ora, il carro del Destino.
Com'era naturale, il nuovo movimento poteva solo sperare di acquistare l'importanza e la forza necessaria a questa gigantesca lotta, se fin dal primo giorno fosse riuscito a destare nel cuore dei suoi partigiani la sacra certezza che esso non dava alla vita
politica una nuova parola d'ordine elettorale ma le presentava una nuova concezione del mondo, fondata su principi eterni, e di suprema importanza.
Si pensi, di quali pietosi elementi siano composti, in generale, i cosiddetti «programmi di partito», e come di tempo in tempo vengano spolverati e rimessi alla moda! E' necessario porre sotto la lente d'ingrandimento i motivi essenziali delle «commissioni per il programma» dei partiti, soprattutto borghesi, per bene intendere il valore di questi aborti programmatici.
Una sola preoccupazione spinge a costruire  programmi nuovi o a modificare quelli che già esistono: la preoccupazione dell'esito delle prossime elezioni. Non appena nella testa di questi giullari del parlamentarismo balena il sospetto che l'amato popolo voglia ribellarsi e sgusciare dalle stanghe del vecchio carro del partito, essi danno una mano di vernice al timone. Allora vengono gli astronomi e gli astrologi del partito, i cosiddetti «esperti» e «competenti», per lo più vecchi parlamentari che, ricchi di esperienze politiche, rammentano casi analoghi in cui la massa finì col perdere la pazienza, e che sentono avvicinarsi di nuovo una minaccia dello stesso genere. E costoro ricorrono alle vecchie ricette, formano una  «commissione», spiano gli umori del buon popolo, scrutano gli articoli dei giornali e fiutano gli umori delle masse per conoscere che cosa queste vogliano e sperino, e di che cosa abbiano orrore. Ogni gruppo professionale, e perfino ogni ceto d'impiegati viene esattamente studiato, e ne sono indagati i più segreti desideri. Di regola, in quei casi diventano maturi per l'indagine anche «i soliti paroloni» della pericolosa opposizione e non di rado, con grande meraviglia di  coloro che per primi li inventarono e li diffusero, quei paroloni entrano a far parte del tesoro scientifico dei vecchi partiti, come se ciò fosse la cosa più naturale del mondo. Le commissioni si adunano e «rivedono» il vecchio programma e ne foggiano uno nuovo. E nel far ciò, quei signori cambiano le loro convinzioni come il soldato al campo cambia la camicia, cioè quando quella vecchia è piena di pidocchi. Nel nuovo programma, è dato a ciascuno il suo. Al contadino è data la protezione dell'agricoltura, all'industriale quella dei suoi prodotti; il consumatore ottiene la difesa dei suoi acquisti, agli insegnanti vengono aumentati gli stipendi, ai funzionari le pensioni. Lo Stato provvedere generosamente alle vedove e agli orfani, il commercio sarà favorito,le tariffe dei trasporti saranno ribassate, e le imposte, se non verranno abolite, saranno però ridotte.
Talvolta avviene che un ceto di cittadini sia dimenticato o che non si faccia luogo ad una diffusa esigenza popolare. Allora si inserisce in gran fretta nel programma ciò che ancora vi trova posto, fin quando si possa con buona coscienza sperare di avere calmato l'esercito dei piccoli borghesi e delle rispettive mogli, e di vederlo soddisfatto. Così, bene armati e confidando nel buon Dio e nella incrollabile stupidità degli elettori, si può iniziare la lotta per la «riforma» (come si suol dire) dello Stato.
Quando poi il giorno delle elezioni è passato e i parlamentari del quinquennio hanno tenuto il loro ultimo comizio, per passare dall'addomesticamento della plebe all'adempimento dei loro più alti e più piacevoli compiti, la commissione per il programma si scioglie. E la lotta per il nuovo stato di cose riprende le forme della lotta per il pane quotidiano: presso i deputati, questo si chiama «indennità parlamentare».
Ogni mattina, il signor rappresentante del popolo si reca alla sede del Parlamento; se non vi entra, almeno si porta fino all'anticamera dove è esposto l'elenco dei presenti. Ivi, pieno di zelo per il servizio della nazione,  inscrive il suo nome e, per questi continui debilitanti sforzi, riceve in compenso un ben guadagnato indennizzo.
Dopo quattro anni, o nelle settimane critiche in cui si fa sempre più vicino lo scioglimento della Camera, una spinta irresistibile invade questi signori. Come la larva non può far altro che trasformarsi in maggiolino, così questi bruchi parlamentari lasciano la grande serra comune ed, alati, svolazzano fuori, verso il caro popolo. Di nuovo parlano agli elettori, raccontano dell'enorme lavoro compiuto e della perfida ostinazione degli altri; ma la massa ignorante, talvolta invece di applaudire li copre di parole grossolane, getta loro in faccia grida d'odio. Se l'ingratitudine del popolo raggiunge un certo grado, c'è un solo rimedio: bisogna rimettere a nuovo lo splendore del partito, migliorare il programma; la commissione, rinnovata, ritorna in vita e l'imbroglio ricomincia.
Data la granitica stupidità della nostra umanità, non c'è da meravigliarsi dell'esito. Guidato dalla sua stampa e abbagliato dal nuovo adescante programma, l'armento «proletario» e quello «borghese» ritornano alla stalla comune ed eleggono i loro vecchi ingannatori. Con ciò, l'uomo del popolo, il candidato dei ceti produttivi si trasforma un'altra volta nel bruco parlamentare e di nuovo si nutre delle foglie dell'albero statale per mutarsi, dopo altri quattro anni, nella variopinta farfalla."

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