lunedì 16 luglio 2012

La lista nera delle Dark Lady al cinema/SCHEDA N.2 “Matilde Mazzatella” in “Brutti, sporchi e cattivi”


Linda Moretti è Matilde Mazzatella

Nome e cognome: Matilde Mazzatella
Interprete: Linda Moretti
Titolo film: “Brutti, sporchi e cattivi”
Genere: Commedia grottesca
Sceneggiatura: Ruggero Maccari, Ettore Scola
Musiche: Armando Trovajoli
Regia: Ettore Scola
Anno: 1976
Dialogo più agghiacciante: (scambio di vedute col marito Giacinto)
Giacinto: ”…Sta qua  a gratis senza pagare una lira e manco è figlio mio!”
Matilde:  “E’ figlio a te!”
Giacinto: “Non è figlio mio.”
Matilde: “A chi è figlio allora?”
Giacinto: “E lo domandi a me? Domandalo a quella zoccola che sei…E’ nato o no a dicembre?”
Matilde: ”Embè?!?”
Giacinto: “Io erano due anni che stavo in galera e ho uscito a maggio, quello è nato a dicembre e dice “embè”?
Matilde: “Embè?! ?È nato settimino…”
Giacinto: “No, è nato figlio di puttana.”
Scena indimenticabile: il lungo piano sequenza alla ricerca di una prova d’infedeltà coniugale, che si concretizza nel rinvenimento del reperto incriminato, non propriamente il classico regalo di un amante, che nel caso dei nostri è infatti “u scupettin d’u cesso”. Preludio ad una scenata di puro odio coniugale che con la gelosia non ha niente da spartire,  la scena è un esempio di perfetto impeto recitativo e registico.
Morale del film: “I parenti non si scelgono”


Brutta, sporca e cattiva è Matilde Mazzatella.
  Interpretata da un’ispiratissima Linda Moretti, grande attrice della compagnia di Eduardo ed indimenticabile Donna Rosa ne “Il Postino”, Matilde è la tipica moglie/madre di quel sottoproletariato, voluto e vezzeggiato in eterno dalla Chiesa col classico motto di spirito, da sempre ispiratore di tanta bestemmia: “Beati voi poveri, perché vostro è il Regno di Dio!” Era su donne come lei che, nei pur rivoluzionari anni ’70,  ancora gravava tutto il peso della cacciata dal paradiso, lontana qual era dalle meraviglie della contraccezione, invece adottata dalla media borghese, e che segnò il punto di non ritorno tra quel ceto, impedito nella scala evolutiva, e quell'altro passibile di migliorie. Vittima e carnefice di un marito altrettanto orrendo, interpretato da un incarognatissimo Nino Manfredi, Matilde è la mater familias generatrice di troppi sgraziatissimi figli, che sbarcano il lunario infelicemente: ripulendo discariche, rubando, vendendo lupini o loro stessi per strada,  assistendo allupati anziani o “cercando lavoro e  pregando la Madonna di non trovarlo”. Vittima di botte, coltellate, insulti e dell’eterna miseria nella quale la fa vivere il marito Giacinto, Matilde si decide a rivestire il ruolo di carnefice definitiva solo quando egli le sferra l’affronto decisivo: le corna. Una notte, suo marito le porta in casa Iside, un’enorme puttanone dai modi gentili, forzando così Matilde ad un’obbligata condivisione dello spazio domestico con la più giovane rivale, a partire dal lettone matrimoniale. In più, Giacinto si rivela insolitamente generoso nei confronti della nuova arrivata, a discapito dei suoi famigliari, verso i quali nutre un odio e una grettezza cronica.
Temono allora i parenti che Giacinto passa sperperare i soldi avuti per un infortunio lavorativo, quel  milione di lire che ogni notte cercano di rubargli invano:è una questione d’onore e va lavata col sangue, previo voto unanime di tutta la sua famiglia. Già, la famiglia…
Per cominciare, questo è uno dei film che in assoluto meglio descrive la parola “abbrutimento” sotto ogni punto di vista, psichico, fisico e pure olfattivo, tanto questa pellicola può riuscire ad infastidire per il fetore che emana in certe inquadrature. Si sprecano prognatismi, tarchiature, ipoevolutismi,  irsutismi femminili e tutta una serie di anelli mancanti tra le bestie più basse nella scala evolutiva e l’uomo delinquente studiato da Lombroso.





 Ma è proprio la felice direzione omogenea ed empatica di questa truppa di tare mentali, frutto d’ incesti, a far vincere a Scola il premio per la miglior regia al Festival di Cannes del 1976.
Qui, anche il cane è menomato, ed i bambini, stipati ogni giorno in un gabbione-asilo ricavato dalle reti rugginose di tanti letti, non sembrano creature innocenti ma dementi precoci, destinati ad un futuro anche peggiore.

Nella baraccopoli di Monte Ciocci, nella Roma degli anni ’70 convivono o meglio, sopravvivono, una moltitudine di esseri che di umano hanno ben poco, stretti come polli da batteria in pochi metri quadri di baracca e sudiciume vario. Una famiglia pugliese “allargata” di figli, nipoti, nonna paralitica, parenti acquisiti e sorci che costituiscono il nucleo dei Mazzatella.
E’ l’eterna lotta contro la moglie e la sua continua difesa del tesoretto di un milione di lire,  a far da scaturigine alle scellerate azioni in cui si produrrà contro la sua stessa famiglia il patriarca Giacinto, cieco di un occhio e perennemente sotto spirito di vino.
Fin dalle prime sequenze del film, si capisce che il rapporto coniugale di intimo non ha nulla se non la reciproca mancanza di rispetto: e non potrebbe essere diversamente, data la completa assenza di privacy dovuta ai pochi metri quadri in sovrappopolazione. Matilde è evidentemente fedifraga, sostenendo che uno dei molti figli avuti dal marito, mentre questi era in galera da due anni, è nato settimino:le fa eco Giacinto, rispondendole che invece “è nato figlio di puttana”. 
Poco dopo,  la moglie, nuovamente e forse non a torto accusata di un altro adulterio, punta un coltellaccio alla gola del marito, in gesto di difesa, ma finisce lievemente ferita sul braccio,  producendosi in una  sceneggiata da ballatoio napoletano. 

Ma le scappatelle frequenti non possono certo bastare per definire Matilde Mazzatella una dark lady in senso classico: anzi, è fuori da ogni tentazione possibile, ma non nel contesto fangoso e batterico della baraccopoli. Qualcuno pronto a soddisfarla c’è comunque. Nonostante il corpo lardoso e sfatto, un viso con tanto di baffi e barba e un portamento non certo signorile, non teme il confronto con le altre baffute più giovani: nel deserto, dopotutto,  anche un ramo secco è un fiore. E’ lei a proporre  alla famiglia tutta l’eliminazione fisica del marito, ma lo farà definitivamente solo per l’affronto finale di Giacinto, dimostrando la differenza tra i valori dei bassifondi e quelli della piccola borghesia: nessuna. Le corna, sempre tacitamente accettate dalla moglie, diventano reali e non più accettabili solo nel momento in cui vengono sbandierate sotto gli occhi del vicinato. Dopo un consulto con tutta la famiglia riunita, anche la madre del condannato a morte è d’accordo ad eliminarlo. Tutti hanno un motivo valido per volerlo morto, e il comune denominatore è il denaro: quel milione su cui tutti hanno messo gli occhi, nella speranza di levarsi dalla miseria, quei soldi che Giacinto ha sempre negato ai suoi figli “sfruttatori profittanti”, perché non voleva darli “né a te né a nisciuno…”
Ma quando miseria e ignoranza coesistono nella stessa schiatta, dalla lotta nessuno ne esce  vincitore, poiché il cervello, in emergenza, inserisce il pilota automatico in rotta per la sopravvivenza, e ogni piano strategico non può che essere zoppo fin dall’inizio.  Matilde non ce la farà, e la guerra contro il marito finirà com'è iniziata ma con una disgrazia in più, perché, e qui è davvero il caso, al peggio non v’è mai fine. Matilde resta però la paladina di tutte le massaie brutte -e mignotte per necessità, più che per vocazione- che, giunte al capolinea, pretendono di continuare il tragitto, senza realizzare di essere finite da un pezzo  su un binario morto, fottendosene dei figli, con spinta di autoconservazione kamikaze. Sennò, perché accettare la routine di un padre che cerca di uccidere i propri figli, ma non tollerare le corna saltuarie di un marito?
In mezzo al susseguirsi senza fine di tante scene agghiaccianti, cito un momento di sospensione poetica: quando Giacinto incontra Iside per la prima volta e parla solo con lo sguardo, lo sguardo di un uomo che ha bisogno di fermarsi un attimo e, forse, d'innamorarsi.


 E poi, la poesia leggiadra della ragazzina sottile dagli stivali gialli, che apre e chiude il film. Si muove alle prime luci del mattino, quando le baracche sono silenziose e la gentaglia non è in giro a peggiorare il panorama che, privato dalla loro presenza che tra poco incomberà, assume i contorni di un non luogo fermo nel tempo, quasi bello. In silenzio, ogni giorno la ragazzina compie il suo dovere con un’eleganza da ballerina che la eleva da quella brutta famiglia d’origine.




Ma nell’ultima inquadratura, ci toglie la speranza, covata fino alla fine del film, di vederla allontanarsi per sempre, alla volta di un futuro diverso.
O più semplicemente, come scrisse Alberto Moravia, Ettore Scola con questo film ci ha voluto raccontare “la scomparsa della speranza di tempi migliori. “


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