mercoledì 4 luglio 2012

La lista nera delle Dark Lady al cinema/SCHEDA N.1 “Annie Wilkes” in "Misery non deve morire"



Nome e cognome: Annie Wilkes
Interprete: Kathy Bates
Titolo film: “Misery non deve morire”
Titolo originale “Misery”

Genere: Thriller
Sceneggiatura: William Goldman

Musiche: Marc Shaiman
Regia: Rob Reiner
Anno: 1990
Frase più agghiacciante: “Paul,  hai mai sentito delle vecchie miniere di diamanti? Lo sai cosa succedeva a quelli che rubavano diamanti? Non ti preoccupare, non li uccidevano, sarebbe come distruggere una Mercedes perché i freni non funzionano bene… no, dovevano essere sicuri che avrebbero continuato a lavorare ma dovevano anche essere sicuri che non sarebbero scappati più…li sottoponevano ad una operazione…”
Scena indimenticabile (da rosario in mano): quando grufola come il suo orrido maiale all’impotente scrittore. Lì davvero lo spettatore prega, affinché avvenga un miracolo che ribalti la situazione in favore di Paul Sheldon.
Morale del film: “Ognuno ha i fan che si merita”

L’aguzzino peggiore che puoi incontrare sulla tua strada è sempre quello che meglio conosce i tuoi vizi, abitudini e virtù. Solo chi ti conosce a fondo è in grado di infliggerti le torture più efficaci e funzionali, in quanto a dolore e disagio procurati. Per questo motivo, hai appunto più speranze di incontrarlo in casa tua,  mentre assume le sembianze comunemente accettate del genitore, del coniuge  o dell’amico.
Ma se sei uno scrittore di successo, che ha appena avuto un terribile incidente d’auto sulle montagne del Colorado, mentre imperversa una bufera di neve, l’aguzzino peggiore è quello che corre in tuo aiuto. Tu non lo conosci, perché non puoi conoscere le facce di tutti i tuoi lettori. Ma lei, la tua più grande ammiratrice, ti conosce eccome! Anche perché ti stava seguendo da un pezzo con la sua fuoristrada e adesso ti sta portando a casa sua per curarti, in un fattoria isolata, senza vicini curiosi. Sembrerebbe il posto ideale per poter scrivere indisturbati il prossimo romanzo…
 Ma l’ammiratrice in questione è Annie Wilkes, un’ex infermiera con una lunga scia di morti ammazzati dietro di sé, soprattutto tra i suoi pazienti. Ha una maniacale attrazione per  lo scrittore e per il personaggio dei suoi  romanzi rosa, Misery Chastain. Come ogni fan che si rispetti, la donna conosce ogni abitudine e mania di Paul, grazie alle numerose interviste da lui rilasciate negli anni a stampa e tv.
Perciò, se sei uno scrittore o una scrittrice, se proprio devi raccontare di te in prima persona, tieni a mente le sagge parole di un “collega” che la sapeva lunga, che non si sa mai cosa possa capitarti nella vita:
"Dati Biografici: io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere (Quando contano, naturalmente). Perciò dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all'altra. Mi chieda pure quel che vuol sapere, e Glielo dirò. Ma non Le dirò mai la verità, di questo può star sicura » Italo Calvino, 1973
Annie vive con una scrofa marrone cui ha dato il nome di Misery, tanto per cambiare. E il maiale, che ricorre spesso come simbolo del male nella letteratura, a partire dalla Bibbia fino al “Signore delle mosche”, non per niente è l’animale preferito da Annie. Qui, nonostante il nome dell’infausta eroina del romanzo, la suina rispecchia perfettamente l’animo della padrona, suo alter ego animale.
 Il personaggio di Annie è interpretato da un’agghiacciante Kathy Bates, così spaventosamente brava da vincere per questo ruolo sia l’Oscar che il Golden Globe. Non solo: il suo personaggio è stato inserito dall’American Film Institute al 17° posto nella classifica dei 50 migliori cattivi del cinema americano, posizionandosi davanti al ”personaggio” dello squalo dell’omonimo film di Spielberg.
Lo scrittore è Paul Sheldon, famoso autore della fortunata serie di romanzi rosa, popolari e sdolcinati,  che narrano le avventure dell’eroina Misery Chastain.
Paul non va fiero dei suoi romanzi, che considera spazzatura, tanto da dichiarare alla sua agente di non essere più uno scrittore dal giorno in cui  ha iniziato a scrivere la storia di Misery. I critici lo disprezzano, si occupano di lui solo perché è il suo vasto pubblico ad obbligarli a farlo, ma ogni volta lo maltrattano nei loro articoli. Eppure, Paul deve la sua fortuna proprio a Misery. Ma è dura continuare a scrivere  senza assumersi la responsabilità di essere uno scrittore, senza poter azionare certe leve del pensiero nei propri lettori, solitamente sopite dalla banalità del quotidiano.
 Da uno scrittore ci si attende che faccia bene il proprio mestiere, che altro non è che procurare pensieri nuovi e punti di vista “altri” in chi legge. Ma come può fare il suo mestiere Paul Sheldon, se resta ingabbiato in quel genere d’intrattenimento per donne frustrate quanto lui, mentre si obbliga a scriverne? Decide quindi di dare un taglio a Misery, facendola morire di parto nell’ultimo libro appena uscito,  con il disappunto della sua agente letteraria prima, e di Annie poi. Deciso a scrivere solo per il proprio piacere e senza più logiche di mercato, sceglie di ritirarsi nel solito albergo in Colorado, il Silver Creek Lodge. Una volta finito il nuovo libro, con molta baldanza salta sulla sua Mustang del ‘65 per tornare a New York, ma viene sorpreso dalla tormenta e finisce fuori strada, riportando gravissime ferite. Viene estratto dall’auto da Annie, che apre la portiera servendosi di un piede di porco, non propriamente l’oggetto che ci si aspetterebbe di trovare nell’auto di una signora. Da qui in poi è tutto un crescendo di terrore e torture fisiche e psicologiche per Paul.

Lo scrittore è magnificamente interpretato da James Caan, l’attore che tutti ricordiamo soprattutto nella parte di Santino Corleone, il figlio scavezzacollo del Padrino.
Paul è un uomo maturo ma ancora molto affascinante,  Annie è una grassoccia flaccida dai gusti provinciali e bigotti, che ben rispecchiano le qualità intellettive della lettrice media del genere rosa. E’ possibile definirla dark lady nell’accezione più scura del termine, quella del buio della mente. E’ una che non molla l’osso, a costo di sbriciolarlo nella presa. E’ una donna permale, perché cova l’illusione di ottenere ciò che desidera solo cercando di piegare il prossimo alla sua malata volontà.
Non c’è tortura peggiore, per uno scrittore, che quella di essere obbligato a scrivere il seguito di un  romanzo cui aveva posto fine con la provvidenziale morte della protagonista. 

Ma sarà proprio l’arma dello scrittore, qui nella doppia espressione di pensiero e di macchina da scrivere,  a farlo uscire dall’incubo di quell’ossimoro vivente della sua carceriera.
Ci sono differenze nel passaggio dal libro di Stephen King alla sceneggiatura del film, come alcune scene di violenza fisica e psicologica che mancano nella pellicola, ma ciò nulla toglie alla tensione continua che prende lo spettatore alla gola, in quanto le espressioni, i dialoghi e le azioni di Annie, fanno sempre temere il peggio e sperare che il povero scrittore riesca a riportare a casa la pelle. Annie è semplicemente spaventosa e imprevedibile. Del resto che cosa ci si può aspettare, se non di tutto, da una che ogni giorno ti sveglia cambiando le carte in tavola, dicendoti: “Ho chiesto a Dio cosa fare e lui ha detto: l’ho mandato da te affinché tu possa mostrargli la via …?”

Le dinamiche psicologiche di questa storia si fondano sul sadismo, sulla presa di potere del più disgraziato sul più fortunato. Lei gli invidia la cultura e l’intelligenza, ma è una donna che però ha la forza della consapevolezza nei suoi mezzi. 

Sa di essere brutta, sgradevole, malata di mente e ignorante. Sa quindi che uno come Paul Sheldon è fuori dalla sua portata e che non gli capiterà mai più un'occasione simile: per questo ne abusa come può, ma non come vorrebbe.

 E siccome non sarà mai suo, come molte pervertite sentimentali premedita l'omicidio/suicidio:non potrebbe mai darsi pace nel saperlo felice senza di lei. La furbizia non le manca.  La sua bigotteria estrema è uno stereotipo più comunemente diffuso di quanto la sua psicopatia evidente possa far credere. Non cerca salvezza nella religione, per la quale si sforza di dimostrarsi devota agli occhi del prossimo. Nella religiosità ad oltranza, cerca la giustificazione e l’assoluzione al male che sa di compiere, nella vana speranza che il prossimo abbia compassione di lei e la sottovaluti, solo perché le parole del vangelo sono l’unica consolazione palese, insieme al cibo, per la sua bocca ingorda. E’ una tipologia di dark lady sgranarosari e baciapile, molto diffusa nella realtà, castrante e pericolosissima, perché abile ad infilarsi nelle crepe della coscienza piccolo borghese, presenti in tutta la cultura cattolica. Una volta dentro, ha la velenosa capacità di far sentire in colpa chiunque, scovando il male in ognuno con la scusa della sacra scrittura, mettendolo all’indice. Fustigatrice degli altrui costumi e dell’altrui dialettica, è capace di uccidere per una parola che non le piace ascoltare. Perché è Dio che l’ha incaricata di farlo. Così lei è innocente e l’assassino è Dio. Ancora una volta, è sempre colpa di qualcun altro quando sei in cima alla lista dei deliri d’onnipotenza.

Qual’ è il messaggio che ci ha dato Stephen King? Da scrittore abilissimo, con questa storia King non ha fatto altro che prendersi una rivincita definitiva con quelli che scrivono (male) di mestiere. Che non sono quelli come lui, che ne ha fatto un mestiere per talento indiscusso. Sono quelli che studiano a tavolino con gli editor e gli agenti cosa far leggere, e a chi. Soprattutto, sono quelli che scrivono d’insensate storie d’amore strappalacrime, che fanno breccia nei cuori delusi di donne dalla bassa cultura, in ogni parte del globo: sono milioni, anche in termini di copie vendute.
“Misery” rappresenta un duro attacco a chi si guadagna da vivere scrivendo per gratificare un certo target e per il successo facile. King colpisce dritto in mezzo a quelle tonnellate di carta inchiostrata buona per il macero, ma non per la memoria della letteratura: libri ed autori che saranno ricordati solo per il  breve attimo di appagamento e crogiolo di piccoli lettori e del loro passaggio terreno. Si meritano perciò costoro i fan che hanno, perché scrivendo spazzatura per solleticare sentimenti repressi e manie di grandezza, non possono pretendere di durare più della vita dei loro stessi lettori. Ergo, se è vero che un autore non può sopravvivere alla sua opera postuma, è altrettanto vero che il grande scrittore non è mai morto, vivendo costantemente nelle ristampe e nelle riletture. 

 Paul Sheldon lo sapeva e aveva dato un taglio ai romanzetti per galline. Ma è subito dopo aver voltato pagina definitivamente che il fato gli presenta il conto.  Ha allora un senso la frase di Jean Cocteau: "Quando un'opera sembra in anticipo sul suo tempo, è vero invece che il tempo è in ritardo rispetto all'opera". Ed ecco così il povero scrittore costretto, da un’ignorante, a scrivere di nuovo robaccia insulsa. Sotto tortura. Credo che sia questo che King auguri a quelli che continuano a fregiarsi del titolo improprio di  suoi “colleghi”: d’incontrare la loro più grande fan.

2 commenti:

  1. Bel post. Mi chiedo quanti scrittori italiani (ma non solo) meriterebbero una sorte simile a quella di Paul Sheldon...

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  2. Grazie Enrico. Io un nome su tutti ce l'avrei, ma se proprio dovessi rinchiuderlo in una fattoria, lo obbligherei a posare la penna per sempre e ad imbracciare una pala per pulire a vita i porci comodi di Misery :)

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