lunedì 16 luglio 2012

La lista nera delle Dark Lady al cinema/SCHEDA N.2 “Matilde Mazzatella” in “Brutti, sporchi e cattivi”


Linda Moretti è Matilde Mazzatella

Nome e cognome: Matilde Mazzatella
Interprete: Linda Moretti
Titolo film: “Brutti, sporchi e cattivi”
Genere: Commedia grottesca
Sceneggiatura: Ruggero Maccari, Ettore Scola
Musiche: Armando Trovajoli
Regia: Ettore Scola
Anno: 1976
Dialogo più agghiacciante: (scambio di vedute col marito Giacinto)
Giacinto: ”…Sta qua  a gratis senza pagare una lira e manco è figlio mio!”
Matilde:  “E’ figlio a te!”
Giacinto: “Non è figlio mio.”
Matilde: “A chi è figlio allora?”
Giacinto: “E lo domandi a me? Domandalo a quella zoccola che sei…E’ nato o no a dicembre?”
Matilde: ”Embè?!?”
Giacinto: “Io erano due anni che stavo in galera e ho uscito a maggio, quello è nato a dicembre e dice “embè”?
Matilde: “Embè?! ?È nato settimino…”
Giacinto: “No, è nato figlio di puttana.”
Scena indimenticabile: il lungo piano sequenza alla ricerca di una prova d’infedeltà coniugale, che si concretizza nel rinvenimento del reperto incriminato, non propriamente il classico regalo di un amante, che nel caso dei nostri è infatti “u scupettin d’u cesso”. Preludio ad una scenata di puro odio coniugale che con la gelosia non ha niente da spartire,  la scena è un esempio di perfetto impeto recitativo e registico.
Morale del film: “I parenti non si scelgono”


Brutta, sporca e cattiva è Matilde Mazzatella.
  Interpretata da un’ispiratissima Linda Moretti, grande attrice della compagnia di Eduardo ed indimenticabile Donna Rosa ne “Il Postino”, Matilde è la tipica moglie/madre di quel sottoproletariato, voluto e vezzeggiato in eterno dalla Chiesa col classico motto di spirito, da sempre ispiratore di tanta bestemmia: “Beati voi poveri, perché vostro è il Regno di Dio!” Era su donne come lei che, nei pur rivoluzionari anni ’70,  ancora gravava tutto il peso della cacciata dal paradiso, lontana qual era dalle meraviglie della contraccezione, invece adottata dalla media borghese, e che segnò il punto di non ritorno tra quel ceto, impedito nella scala evolutiva, e quell'altro passibile di migliorie. Vittima e carnefice di un marito altrettanto orrendo, interpretato da un incarognatissimo Nino Manfredi, Matilde è la mater familias generatrice di troppi sgraziatissimi figli, che sbarcano il lunario infelicemente: ripulendo discariche, rubando, vendendo lupini o loro stessi per strada,  assistendo allupati anziani o “cercando lavoro e  pregando la Madonna di non trovarlo”. Vittima di botte, coltellate, insulti e dell’eterna miseria nella quale la fa vivere il marito Giacinto, Matilde si decide a rivestire il ruolo di carnefice definitiva solo quando egli le sferra l’affronto decisivo: le corna. Una notte, suo marito le porta in casa Iside, un’enorme puttanone dai modi gentili, forzando così Matilde ad un’obbligata condivisione dello spazio domestico con la più giovane rivale, a partire dal lettone matrimoniale. In più, Giacinto si rivela insolitamente generoso nei confronti della nuova arrivata, a discapito dei suoi famigliari, verso i quali nutre un odio e una grettezza cronica.
Temono allora i parenti che Giacinto passa sperperare i soldi avuti per un infortunio lavorativo, quel  milione di lire che ogni notte cercano di rubargli invano:è una questione d’onore e va lavata col sangue, previo voto unanime di tutta la sua famiglia. Già, la famiglia…
Per cominciare, questo è uno dei film che in assoluto meglio descrive la parola “abbrutimento” sotto ogni punto di vista, psichico, fisico e pure olfattivo, tanto questa pellicola può riuscire ad infastidire per il fetore che emana in certe inquadrature. Si sprecano prognatismi, tarchiature, ipoevolutismi,  irsutismi femminili e tutta una serie di anelli mancanti tra le bestie più basse nella scala evolutiva e l’uomo delinquente studiato da Lombroso.





 Ma è proprio la felice direzione omogenea ed empatica di questa truppa di tare mentali, frutto d’ incesti, a far vincere a Scola il premio per la miglior regia al Festival di Cannes del 1976.
Qui, anche il cane è menomato, ed i bambini, stipati ogni giorno in un gabbione-asilo ricavato dalle reti rugginose di tanti letti, non sembrano creature innocenti ma dementi precoci, destinati ad un futuro anche peggiore.

Nella baraccopoli di Monte Ciocci, nella Roma degli anni ’70 convivono o meglio, sopravvivono, una moltitudine di esseri che di umano hanno ben poco, stretti come polli da batteria in pochi metri quadri di baracca e sudiciume vario. Una famiglia pugliese “allargata” di figli, nipoti, nonna paralitica, parenti acquisiti e sorci che costituiscono il nucleo dei Mazzatella.
E’ l’eterna lotta contro la moglie e la sua continua difesa del tesoretto di un milione di lire,  a far da scaturigine alle scellerate azioni in cui si produrrà contro la sua stessa famiglia il patriarca Giacinto, cieco di un occhio e perennemente sotto spirito di vino.
Fin dalle prime sequenze del film, si capisce che il rapporto coniugale di intimo non ha nulla se non la reciproca mancanza di rispetto: e non potrebbe essere diversamente, data la completa assenza di privacy dovuta ai pochi metri quadri in sovrappopolazione. Matilde è evidentemente fedifraga, sostenendo che uno dei molti figli avuti dal marito, mentre questi era in galera da due anni, è nato settimino:le fa eco Giacinto, rispondendole che invece “è nato figlio di puttana”. 
Poco dopo,  la moglie, nuovamente e forse non a torto accusata di un altro adulterio, punta un coltellaccio alla gola del marito, in gesto di difesa, ma finisce lievemente ferita sul braccio,  producendosi in una  sceneggiata da ballatoio napoletano. 

Ma le scappatelle frequenti non possono certo bastare per definire Matilde Mazzatella una dark lady in senso classico: anzi, è fuori da ogni tentazione possibile, ma non nel contesto fangoso e batterico della baraccopoli. Qualcuno pronto a soddisfarla c’è comunque. Nonostante il corpo lardoso e sfatto, un viso con tanto di baffi e barba e un portamento non certo signorile, non teme il confronto con le altre baffute più giovani: nel deserto, dopotutto,  anche un ramo secco è un fiore. E’ lei a proporre  alla famiglia tutta l’eliminazione fisica del marito, ma lo farà definitivamente solo per l’affronto finale di Giacinto, dimostrando la differenza tra i valori dei bassifondi e quelli della piccola borghesia: nessuna. Le corna, sempre tacitamente accettate dalla moglie, diventano reali e non più accettabili solo nel momento in cui vengono sbandierate sotto gli occhi del vicinato. Dopo un consulto con tutta la famiglia riunita, anche la madre del condannato a morte è d’accordo ad eliminarlo. Tutti hanno un motivo valido per volerlo morto, e il comune denominatore è il denaro: quel milione su cui tutti hanno messo gli occhi, nella speranza di levarsi dalla miseria, quei soldi che Giacinto ha sempre negato ai suoi figli “sfruttatori profittanti”, perché non voleva darli “né a te né a nisciuno…”
Ma quando miseria e ignoranza coesistono nella stessa schiatta, dalla lotta nessuno ne esce  vincitore, poiché il cervello, in emergenza, inserisce il pilota automatico in rotta per la sopravvivenza, e ogni piano strategico non può che essere zoppo fin dall’inizio.  Matilde non ce la farà, e la guerra contro il marito finirà com'è iniziata ma con una disgrazia in più, perché, e qui è davvero il caso, al peggio non v’è mai fine. Matilde resta però la paladina di tutte le massaie brutte -e mignotte per necessità, più che per vocazione- che, giunte al capolinea, pretendono di continuare il tragitto, senza realizzare di essere finite da un pezzo  su un binario morto, fottendosene dei figli, con spinta di autoconservazione kamikaze. Sennò, perché accettare la routine di un padre che cerca di uccidere i propri figli, ma non tollerare le corna saltuarie di un marito?
In mezzo al susseguirsi senza fine di tante scene agghiaccianti, cito un momento di sospensione poetica: quando Giacinto incontra Iside per la prima volta e parla solo con lo sguardo, lo sguardo di un uomo che ha bisogno di fermarsi un attimo e, forse, d'innamorarsi.


 E poi, la poesia leggiadra della ragazzina sottile dagli stivali gialli, che apre e chiude il film. Si muove alle prime luci del mattino, quando le baracche sono silenziose e la gentaglia non è in giro a peggiorare il panorama che, privato dalla loro presenza che tra poco incomberà, assume i contorni di un non luogo fermo nel tempo, quasi bello. In silenzio, ogni giorno la ragazzina compie il suo dovere con un’eleganza da ballerina che la eleva da quella brutta famiglia d’origine.




Ma nell’ultima inquadratura, ci toglie la speranza, covata fino alla fine del film, di vederla allontanarsi per sempre, alla volta di un futuro diverso.
O più semplicemente, come scrisse Alberto Moravia, Ettore Scola con questo film ci ha voluto raccontare “la scomparsa della speranza di tempi migliori. “


giovedì 5 luglio 2012

HAPPY BIRTHDAY JEAN COCTEAU!

"I have a piece of great and sad news to tell you: I am dead."
As Jean said, "style is a simple way of saying complicated things"...if you're not able to, you could never have style.

mercoledì 4 luglio 2012

La lista nera delle Dark Lady al cinema/SCHEDA N.1 “Annie Wilkes” in "Misery non deve morire"



Nome e cognome: Annie Wilkes
Interprete: Kathy Bates
Titolo film: “Misery non deve morire”
Titolo originale “Misery”

Genere: Thriller
Sceneggiatura: William Goldman

Musiche: Marc Shaiman
Regia: Rob Reiner
Anno: 1990
Frase più agghiacciante: “Paul,  hai mai sentito delle vecchie miniere di diamanti? Lo sai cosa succedeva a quelli che rubavano diamanti? Non ti preoccupare, non li uccidevano, sarebbe come distruggere una Mercedes perché i freni non funzionano bene… no, dovevano essere sicuri che avrebbero continuato a lavorare ma dovevano anche essere sicuri che non sarebbero scappati più…li sottoponevano ad una operazione…”
Scena indimenticabile (da rosario in mano): quando grufola come il suo orrido maiale all’impotente scrittore. Lì davvero lo spettatore prega, affinché avvenga un miracolo che ribalti la situazione in favore di Paul Sheldon.
Morale del film: “Ognuno ha i fan che si merita”

L’aguzzino peggiore che puoi incontrare sulla tua strada è sempre quello che meglio conosce i tuoi vizi, abitudini e virtù. Solo chi ti conosce a fondo è in grado di infliggerti le torture più efficaci e funzionali, in quanto a dolore e disagio procurati. Per questo motivo, hai appunto più speranze di incontrarlo in casa tua,  mentre assume le sembianze comunemente accettate del genitore, del coniuge  o dell’amico.
Ma se sei uno scrittore di successo, che ha appena avuto un terribile incidente d’auto sulle montagne del Colorado, mentre imperversa una bufera di neve, l’aguzzino peggiore è quello che corre in tuo aiuto. Tu non lo conosci, perché non puoi conoscere le facce di tutti i tuoi lettori. Ma lei, la tua più grande ammiratrice, ti conosce eccome! Anche perché ti stava seguendo da un pezzo con la sua fuoristrada e adesso ti sta portando a casa sua per curarti, in un fattoria isolata, senza vicini curiosi. Sembrerebbe il posto ideale per poter scrivere indisturbati il prossimo romanzo…
 Ma l’ammiratrice in questione è Annie Wilkes, un’ex infermiera con una lunga scia di morti ammazzati dietro di sé, soprattutto tra i suoi pazienti. Ha una maniacale attrazione per  lo scrittore e per il personaggio dei suoi  romanzi rosa, Misery Chastain. Come ogni fan che si rispetti, la donna conosce ogni abitudine e mania di Paul, grazie alle numerose interviste da lui rilasciate negli anni a stampa e tv.
Perciò, se sei uno scrittore o una scrittrice, se proprio devi raccontare di te in prima persona, tieni a mente le sagge parole di un “collega” che la sapeva lunga, che non si sa mai cosa possa capitarti nella vita:
"Dati Biografici: io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere (Quando contano, naturalmente). Perciò dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all'altra. Mi chieda pure quel che vuol sapere, e Glielo dirò. Ma non Le dirò mai la verità, di questo può star sicura » Italo Calvino, 1973
Annie vive con una scrofa marrone cui ha dato il nome di Misery, tanto per cambiare. E il maiale, che ricorre spesso come simbolo del male nella letteratura, a partire dalla Bibbia fino al “Signore delle mosche”, non per niente è l’animale preferito da Annie. Qui, nonostante il nome dell’infausta eroina del romanzo, la suina rispecchia perfettamente l’animo della padrona, suo alter ego animale.
 Il personaggio di Annie è interpretato da un’agghiacciante Kathy Bates, così spaventosamente brava da vincere per questo ruolo sia l’Oscar che il Golden Globe. Non solo: il suo personaggio è stato inserito dall’American Film Institute al 17° posto nella classifica dei 50 migliori cattivi del cinema americano, posizionandosi davanti al ”personaggio” dello squalo dell’omonimo film di Spielberg.
Lo scrittore è Paul Sheldon, famoso autore della fortunata serie di romanzi rosa, popolari e sdolcinati,  che narrano le avventure dell’eroina Misery Chastain.
Paul non va fiero dei suoi romanzi, che considera spazzatura, tanto da dichiarare alla sua agente di non essere più uno scrittore dal giorno in cui  ha iniziato a scrivere la storia di Misery. I critici lo disprezzano, si occupano di lui solo perché è il suo vasto pubblico ad obbligarli a farlo, ma ogni volta lo maltrattano nei loro articoli. Eppure, Paul deve la sua fortuna proprio a Misery. Ma è dura continuare a scrivere  senza assumersi la responsabilità di essere uno scrittore, senza poter azionare certe leve del pensiero nei propri lettori, solitamente sopite dalla banalità del quotidiano.
 Da uno scrittore ci si attende che faccia bene il proprio mestiere, che altro non è che procurare pensieri nuovi e punti di vista “altri” in chi legge. Ma come può fare il suo mestiere Paul Sheldon, se resta ingabbiato in quel genere d’intrattenimento per donne frustrate quanto lui, mentre si obbliga a scriverne? Decide quindi di dare un taglio a Misery, facendola morire di parto nell’ultimo libro appena uscito,  con il disappunto della sua agente letteraria prima, e di Annie poi. Deciso a scrivere solo per il proprio piacere e senza più logiche di mercato, sceglie di ritirarsi nel solito albergo in Colorado, il Silver Creek Lodge. Una volta finito il nuovo libro, con molta baldanza salta sulla sua Mustang del ‘65 per tornare a New York, ma viene sorpreso dalla tormenta e finisce fuori strada, riportando gravissime ferite. Viene estratto dall’auto da Annie, che apre la portiera servendosi di un piede di porco, non propriamente l’oggetto che ci si aspetterebbe di trovare nell’auto di una signora. Da qui in poi è tutto un crescendo di terrore e torture fisiche e psicologiche per Paul.

Lo scrittore è magnificamente interpretato da James Caan, l’attore che tutti ricordiamo soprattutto nella parte di Santino Corleone, il figlio scavezzacollo del Padrino.
Paul è un uomo maturo ma ancora molto affascinante,  Annie è una grassoccia flaccida dai gusti provinciali e bigotti, che ben rispecchiano le qualità intellettive della lettrice media del genere rosa. E’ possibile definirla dark lady nell’accezione più scura del termine, quella del buio della mente. E’ una che non molla l’osso, a costo di sbriciolarlo nella presa. E’ una donna permale, perché cova l’illusione di ottenere ciò che desidera solo cercando di piegare il prossimo alla sua malata volontà.
Non c’è tortura peggiore, per uno scrittore, che quella di essere obbligato a scrivere il seguito di un  romanzo cui aveva posto fine con la provvidenziale morte della protagonista. 

Ma sarà proprio l’arma dello scrittore, qui nella doppia espressione di pensiero e di macchina da scrivere,  a farlo uscire dall’incubo di quell’ossimoro vivente della sua carceriera.
Ci sono differenze nel passaggio dal libro di Stephen King alla sceneggiatura del film, come alcune scene di violenza fisica e psicologica che mancano nella pellicola, ma ciò nulla toglie alla tensione continua che prende lo spettatore alla gola, in quanto le espressioni, i dialoghi e le azioni di Annie, fanno sempre temere il peggio e sperare che il povero scrittore riesca a riportare a casa la pelle. Annie è semplicemente spaventosa e imprevedibile. Del resto che cosa ci si può aspettare, se non di tutto, da una che ogni giorno ti sveglia cambiando le carte in tavola, dicendoti: “Ho chiesto a Dio cosa fare e lui ha detto: l’ho mandato da te affinché tu possa mostrargli la via …?”

Le dinamiche psicologiche di questa storia si fondano sul sadismo, sulla presa di potere del più disgraziato sul più fortunato. Lei gli invidia la cultura e l’intelligenza, ma è una donna che però ha la forza della consapevolezza nei suoi mezzi. 

Sa di essere brutta, sgradevole, malata di mente e ignorante. Sa quindi che uno come Paul Sheldon è fuori dalla sua portata e che non gli capiterà mai più un'occasione simile: per questo ne abusa come può, ma non come vorrebbe.

 E siccome non sarà mai suo, come molte pervertite sentimentali premedita l'omicidio/suicidio:non potrebbe mai darsi pace nel saperlo felice senza di lei. La furbizia non le manca.  La sua bigotteria estrema è uno stereotipo più comunemente diffuso di quanto la sua psicopatia evidente possa far credere. Non cerca salvezza nella religione, per la quale si sforza di dimostrarsi devota agli occhi del prossimo. Nella religiosità ad oltranza, cerca la giustificazione e l’assoluzione al male che sa di compiere, nella vana speranza che il prossimo abbia compassione di lei e la sottovaluti, solo perché le parole del vangelo sono l’unica consolazione palese, insieme al cibo, per la sua bocca ingorda. E’ una tipologia di dark lady sgranarosari e baciapile, molto diffusa nella realtà, castrante e pericolosissima, perché abile ad infilarsi nelle crepe della coscienza piccolo borghese, presenti in tutta la cultura cattolica. Una volta dentro, ha la velenosa capacità di far sentire in colpa chiunque, scovando il male in ognuno con la scusa della sacra scrittura, mettendolo all’indice. Fustigatrice degli altrui costumi e dell’altrui dialettica, è capace di uccidere per una parola che non le piace ascoltare. Perché è Dio che l’ha incaricata di farlo. Così lei è innocente e l’assassino è Dio. Ancora una volta, è sempre colpa di qualcun altro quando sei in cima alla lista dei deliri d’onnipotenza.

Qual’ è il messaggio che ci ha dato Stephen King? Da scrittore abilissimo, con questa storia King non ha fatto altro che prendersi una rivincita definitiva con quelli che scrivono (male) di mestiere. Che non sono quelli come lui, che ne ha fatto un mestiere per talento indiscusso. Sono quelli che studiano a tavolino con gli editor e gli agenti cosa far leggere, e a chi. Soprattutto, sono quelli che scrivono d’insensate storie d’amore strappalacrime, che fanno breccia nei cuori delusi di donne dalla bassa cultura, in ogni parte del globo: sono milioni, anche in termini di copie vendute.
“Misery” rappresenta un duro attacco a chi si guadagna da vivere scrivendo per gratificare un certo target e per il successo facile. King colpisce dritto in mezzo a quelle tonnellate di carta inchiostrata buona per il macero, ma non per la memoria della letteratura: libri ed autori che saranno ricordati solo per il  breve attimo di appagamento e crogiolo di piccoli lettori e del loro passaggio terreno. Si meritano perciò costoro i fan che hanno, perché scrivendo spazzatura per solleticare sentimenti repressi e manie di grandezza, non possono pretendere di durare più della vita dei loro stessi lettori. Ergo, se è vero che un autore non può sopravvivere alla sua opera postuma, è altrettanto vero che il grande scrittore non è mai morto, vivendo costantemente nelle ristampe e nelle riletture. 

 Paul Sheldon lo sapeva e aveva dato un taglio ai romanzetti per galline. Ma è subito dopo aver voltato pagina definitivamente che il fato gli presenta il conto.  Ha allora un senso la frase di Jean Cocteau: "Quando un'opera sembra in anticipo sul suo tempo, è vero invece che il tempo è in ritardo rispetto all'opera". Ed ecco così il povero scrittore costretto, da un’ignorante, a scrivere di nuovo robaccia insulsa. Sotto tortura. Credo che sia questo che King auguri a quelli che continuano a fregiarsi del titolo improprio di  suoi “colleghi”: d’incontrare la loro più grande fan.

martedì 3 luglio 2012

Happy Birthday Franz Kafka!

"One morning, as Gregor Samsa was waking up from anxious dreams, he discovered that in his bed he had been changed into a monstrous verminous bug. "

Peter Kuper "The Metamorphosis"

All the horror of a century in these two lines...a century that still seems ours.

lunedì 2 luglio 2012

La lista nera delle Dark Lady al cinema.

La Dark Lady nell'immaginario collettivo, una premessa sulle donne permale del cinema.



Prima di tutto, alcune definizioni classicamente accettate di dark lady, mutuate dal cinema noir: donna di fascino, manipolatrice, intelligente, scaltra, sensuale, cattiva, infedele, comunque pericolosa per il maschio che la incontra sulla propria strada.
A volte, anche assassina, ma si sa che in amore e in guerra tutto è concesso.

E' l'amore il campo di battaglia sul quale la dark lady combatte la sua guerra personale? Forse, è più azzeccato parlare di “confinanti” dell'amore, e di ciò che questo implica. Se è vero infatti che nessuna vittima è mai innocente al 100%, la dark lady fa leva su quelle che sono le debolezze dell'animo umano, non sempre soltanto maschile: la brama sessuale e quella di potere, la gelosia, l'odio, il senso di inferiorità, le manie di grandezza.

Il fine giustifica il mezzo, e ciò parrebbe essere il mantra machiavellico dello stereotipo narrativo che incasella questo modello di donna fatale.
Una cattiva a senso unico insomma, nata cattiva, e che di solito non fa una bella fine, né la fa fare al suo prossimo. Una donna perduta, che proprio per tale motivo, porta a perdere chi l'accompagna per mano.
Di solito è una donna sola, libera da vincoli famigliari e soprattutto è senza figli.
L'iconografia estetizzante del cinema, del fumetto e dei racconti polizieschi, la vogliono bellissima, tutta occhiate languide e fasciata in abiti che nulla lasciano all'immaginazione,  perché la sua femminilità esasperata è l'esca che fa cadere in trappola la vittima, che di solito ci casca peraltro ben volentieri.

La mia personale definizione di dark lady contempla anche questa immagine, ma sfugge all'archetipo imposto dai canoni visivi che il cinema ha creato dagli anni '40 in poi.
La parola “dark” è un aggettivo inglese che ha diverse accezioni: buio, scuro, fosco, triste, oscuro, sinistro, malefico, arrabbiato, misterioso.
E ci sono molti modi, per una donna, di essere triste, malefica, sinistra,  buia e pure arrabbiata. Senza per questo dover essere per forza bella da togliere il fiato, seduttiva nell'abbigliamento, single e senza figli, infedele o particolarmente colta e intelligente.
Essere una dark lady è uno stato d'animo, è qualcosa che va al di là di un gesto, di un'abitudine, di un abito o di un preciso status sociale.
Il “buio”, nel senso più dark del termine, è racchiuso all'interno di ogni donna, e quando lui decide che è giunta l'ora di uscir fuori a prendere una boccata d'aria, ecco che anche la donnina più insignificante può cominciare a fare seri danni. E' il buio che paradossalmente cerca la luce, che si va a prendere l'applauso, magari in un momento di riscatto per la donna: non sempre infatti è sintomo di malattia mentale, quanto di un disagio imbavagliato troppo a lungo.
La dark lady può essere colei che, dopo una vita di soprusi e sofferenze, decide di spandere il suo buio sugli altri, contagiandoli col suo malessere:è quella che è pronta a tutto per migliorare la sua posizione sociale, oppure è una madre così invadente da impedire al figlio di vivere una vita autonoma e felice. E' la moglie che uccide il marito, è quella che si vendica e non lascia andare un nemico, a costo della sua stessa vita: anche queste sono dark lady.
Il comune denominatore di tutte queste donne buie è la strenua ricerca di mantenere il controllo sulla propria vita o di modificarne il destino, ricorrendo a qualsiasi mezzo punibile dalla legge o, nei casi più lievi, a qualsiasi mezzo esecrabile moralmente: questa, è la mia definizione di dark lady.
Sono tutte quelle donne che rifiutano il ruolo di vittima, che vuole che chi ha subito un danno sia solo unicamente identificabile con la parte debole, lacrimevole e passiva.

E' con questo approccio che ho compilato la lista che segue sulle eroine nere, perché ogni genere cinematografico ha le sue dark lady.
Queste donne non appartengono solo al genere drammatico, thriller o horror: anche la commedia infatti, ci ha regalato dei ritratti indimenticabili di dark lady divertenti, ma non per questo meno pericolose o non intenzionate a nuocere al prossimo.