sabato 12 maggio 2012

Necrofilia Letteraria

DEL CITAZIONISMO NEFASTO O DELLA NECROFILIA LETTERARIA.     Sintomatologia e prevenzione.
“Per me, chi cita sempre i pensieri altrui dimostra solo di non averne di propri e che continui a disseppellire dei morti,  ai fini della tentata copula con un vivo, fa di costui un reo confesso della sua volgare mediocrità.”

Il necrofilo è colui che si accoppia col cadavere.
L’essere umano condanna il miserabile, solitamente maschio, per questo atto perverso, soprattutto se il concupito è proprio parente.
Questa perversione è però malattia rara e abbiamo quindi ottime possibilità di non essere sedotte neanche da morte.
C'è però una più contagiosa forma di necrofilia che si consuma miliardi di volte al giorno su qualsiasi social network e sui cellulari: io la chiamo "necrofilia letteraria".
Questa piaga sociale è esplosa con l'avvento di Wikipedia e dei troppi siti specializzati in “citazioni”, aprendo il libero accesso al nozionismo sfrenato, e ai frammenti di cultura, a chiunque sia dotato di una connessione internet.
 I più assidui seguaci copiaincollatori di questi siti sono quelli che di solito usano i libri per scacciare le mosche d’estate e per accendervi il camino d’inverno: dotati di un Q.I. pari all'animale da razzolo, sono schiavi di un uso precario dell’italiano e tendono verso l’analfabetismo culturale.
Il necrofilo letterario può essere sia maschio che femmina ed è vieppiù un corteggiatore seriale: è colui o colei che si serve del pensiero di un morto, ai fini della tentata copula con un vivo. Attraverso il proprio profilo Facebook, più idoneo allo scopo rispetto a Twitter, il necrofilo letterario non fa altro che impestare di citazioni la propria e le altrui bacheche, sia per tenere alta la fiamma della passione con la propria vittima, sia per procacciarsene una. I più timidi si limitano, invece, ad infettarti in privato con messaggi trasudanti lo scibile di morti eccellenti.
L'importante, per questa specie, è che il citato sia morto quanto famoso ed universalmente noto quale detentore della verità assoluta nel suo campo, che di solito è la letteratura, la poesia ed il teatro.
Si servono costoro di pensieri immortali, scegliendoli con la stessa cura con la quale preleverebbero lo scatolame dagli scaffali di un discount. Vanno a cazzo nella scelta della frase ad effetto, che effetto può fare solo ad un loro correo in banalità. Convinti che le frasi da loro brutalizzate in seriali “copia&incolla” siano battute isolate, costoro ignorano che nella maggior parte dei casi sono invece concetti estrapolati dai contesti di opere strutturate. Gli editori sanno che per la maggior parte il pubblico dei lettori è costituito paradossalmente da “non lettori”: sono quelli che comprano libri d’intrattenimento che richiedono lo stesso sforzo mentale che serve per assistere ad un programma tv. Perciò, un libretto snello,  che rechi nel titolo la parola “aforismi”, entra nel carrello della spesa con la stessa facilità di un pacchetto di chewingum e garantisce sempre buone vendite.
Per fortuna, questi esemplari sono facili da individuare. Può essere l’annoiata signora divenuta tale dopo aver sposato un Signor cognome o il medico o l’avvocato o il piazzista, desiderosi di far credere di non possedere solo una stretta, arida formazione professionale: la verità è che non c’è una categoria esente da questa forma di necrofilia. Ma chi ne è affetto, si smaschera facilmente da solo dopo poche infelici battute. Ricorre spesso a frasi fatte, cordiali e generiche, così, “tanto pe’ parlà, pe' fà quarche cosa”. Ha inoltre una frase termometro, quando parla di libri, che lo rivela in tutto il suo pressappochismo, affermando con vorace smandibolamento:"Io i libri non li leggo, li divoro!" Spesso, notatelo, strabuzza anche l’occhio nel profferire tale scelleratezza.
C'è da credergli: quello i libri non li legge, semmai ha fatto outing sui propri gusti culinari, paragonandosi alle tarme della carta. Liberatevene in fretta non appena sentite l’infame enunciato e salutatelo con un affettato: ”Arrivederci, pesciolino d’argento!” Non capirà il senso della frase ma farà finta di sapere e si congederà come se lo aveste indicato col nome di battesimo. E di fatto è così, il pesciolino d’argento è il nome volgare del Lepisma Saccharina, il micidiale insetto ghiottone di libri.

Evitate come la peste questi necrofili: la loro frequentazione è contagiosa. I primi sintomi sono agghiaccianti ma si insinuano dolci dentro la mente: la testa non vi dolerà mai per esempio, ma comincerete presto a non avere più alcun pensiero originale. Ricorrerete alle opinioni altrui per farvene di vostre e le adotterete come valide. Poco a poco, se siete fortunati, riuscirete ad accorgervi di non tollerare più  il silenzio ma anche che, dalla vostra testa, non uscirà alcuna traccia di ragionamento che possa rendervi migliori e più consapevoli. Le vostre giornate si sfoglieranno uguali, come fogli di un calendario, tra conversazioni vuote, risate di circostanza e di finto appagamento sociale. Arriverete anche a gradire la loro frivola presenza, in quanto rassicurante appendice di carne del ronzio televisivo in sottofondo alle vostre serate casalinghe.  Se però non vi accorgete del male che vi fanno, è perché siete voi stessi appestati dalla stessa piaga e solo lo scontro con un intelletto indipendente potrà farvi tornare in voi. Ma data la lunga esposizione al necrofilo, potreste anche snobbare il vostro salvatore, e rifugiarvi con rinnovata e più ostinata idiozia in quelle cerchie di mediocri perdigiorno.

Tutti ne siamo circondati ma basta non frequentarli per non esserne inquinati: è libero arbitrio, usiamolo.
Alla fine, siamo le amicizie che abbiamo.
Il “necrofilo letterario” si appropria di concetti altrui  per sfuggire dal logorio mentale di formulare pensieri in autonomia, che poi gli duole la testa. In cerca di affermazione e di attrazione del prossimo, senza il cui consenso si sentirebbe morto, il necrofilo è il frutto marcio coltivato in un terreno inquinato che non gli ha dato alcun nutrimento per lo spirito.
La generazione figlia degli scemi di guerra, quelli rei di averci condotti fin qua, non ha saputo prendere il distacco dall’abbrutita parentela, seguendo biecamente il precetto di onorare il padre e la madre, quantunque rimbecilliti. Ha così generato a sua volta una schiera di nuovi mostri che non riescono a provare orrore per la superficialità dei propri genitori, anzi ne seguono l’esempio, togliendoci ogni speranza per una futura leva, intellettualmente degna dell’Italia che fu.
Perché ci vogliono buoni lettori per leggere e capire buoni libri. Anche la lettura, come la scrittura, è azione creativa. Ma sto citando, parafrasandolo, Ralph Waldo Emerson, il quale, odiando le citazioni, chiedeva al suo interlocutore di parlargli solo di ciò che egli conoscesse in prima persona. Se solo la gente si rendesse conto che ogni volta che esprime un’opinione sul mondo, confessa anche il proprio carattere...
Ed ora, per restare in tema, una citazione pura,  di Renato Rascel: “Io prendo manciate di parole e le lancio in aria; sembrano coriandoli, ma alla fine vanno a posto come tessere di un mosaico.”
Ma tu necrofilo letterario, non provarci nemmeno: lanciate in aria da te,  le parole sembrerebbero strappi di carta igienica e alla fine lo sai bene dove potrebbero trovare unicamente posto.

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