lunedì 28 maggio 2012

Analisi del film “Quella casa nel bosco”- “The Cabin in the Woods” USA, 2011-HORROR

26.05.2012, h.22,40, UCI CINEMAS SPINETTA MARENGO, Sala 3, Fila 6, Posto 8. Versione del film senza 3D.

“ Se questo mondo non è perfetto né perfettibile e devo essere io a morire per tenerlo in vita,  allora che muoia il mondo intero insieme a me: questa è la vera rivoluzione del burattino che ha deciso di tagliare i fili. Questo è l’incipit di ogni rivoluzione sociale, questo è il messaggio del film, che non riesco a definire semplicemente un buon film horror. E’ un film perfetto.”
Era più di un anno che non godevo del privilegio di andare da sola al cinema per vedermi un horror, senza il brusio ininterrotto di domande sconce nelle orecchie: ”Quello lì chi è?”, quesito indirizzato a capire chi fosse un personaggio che era stato inquadrato in primo piano per i ¾ del film, oppure “Perché non è scappata dalla finestra invece di farsi ammazzare?”, rivolto a una ragazza appena massacrata in uno scantinato con feritoia di 10X20 cm. Il tutto condito, nei momenti clou, dalla frase d’ordinanza: “Mi cago addosso”. 
Ma passiamo al film.
Già nella locandina, c’è una scritta che non è un semplice strillone pubblicitario, ma esprime sinceramente il senso di novità nel genere horror che “Quella casa nel bosco” rappresenta. E dice così:”You think you know the story. Think again.”
Infatti, la storia inizia come ci hanno abituati tutti gli sceneggiatori di film horror:  studenti in partenza per il solito week end di paura. C’è la finta bionda e vera stupida, convinta che indossare un paio di shorts mal riempiti ed ammiccare pose erotiche, più imbarazzanti che arrapanti, le conferisca il primato di fascino e bellezza. E’ fresca di tinta bionda,  addizionata a sua insaputa di una sostanza cretinizzante a rilascio graduale, che su di lei non si capisce bene se stia facendo effetto o no, tanto è cretina. Completamente all’oscuro di ogni forma di pensiero intelligente, viene redarguita dal fidanzato atletico ed al contempo studioso (!) che le vieta di leggere libri impegnati, che poi le fanno male. Già qui, lo spettatore meno passivo può apprezzare il distacco ironico che lo sceneggiatore si vuole prendere dal solito cliché orrorifico, dove il fidanzato è irrimediabilmente stupido quanto la propria ragazza. C’è appunto il  fidanzato della bionda, che all’inizio del film pare l’uomo perfetto per ogni donna: bellissimo, colto ed intelligente. Non per niente è interpretato da Chris Hemsworth. Continuerà a restare bellissimo ma, nel corso del film, a causa di un innalzamento testosteronico indotto da sostanze a sua insaputa, il fidanzato ideale si trasformerà in un ottuso maschio alpha, a tratti rincoglionito. C’è la rossa, timida e secchiona, più bella e intensa della finta bionda, e difatti ci darà qualche soddisfazione nel corso del film, dimostrando quanto si possa celare sotto la frustrazione sessuale e la grande passione per la lettura. Qui, la scrittura che si diverte a prendere in giro i teen movies, culmina nell’imbarazzo artificioso della rossa quando, dopo un’intera scena passata in mutande, il fidanzato della bionda le fa notare che lei è appunto… in mutande! Rossori e “Oohhhhh!” di ottocentesca memoria si sprecano. C’è poi il ragazzo atletico, posato e rispettoso, scelto dagli amici della rossa come suo papabile fidanzato. Ed infine, ecco il personaggio chiave della storia, il drogato della banda, che sembra uno Shaggy Rogers in carne ed ossa, uscito con smarrimento dal cartoon di Scooby-Doo: se all’inizio è l'incarnazione di tutti gli effetti negativi della marijuana, qui portati al parossismo comico, nel corso del film dimostrerà di essere il più lucido, grazie proprio alla cannabis! Pare che il THC sia infatti capace di inibire le sostanze vaporizzate nell’aria da chi ha deciso di sacrificare le vite dei cinque ragazzi, in cambio della salvezza dell’umanità. Ci sono molti messaggi nella trama di questo film, come l'uso del libero arbitrio, che corre però su un solo binario verso la fine della storia: anche la marijuana ha una sua evoluzione “psicologica”, passando dallo status di droga a quello di “pianta curativa”, capace di alleviare il doloroso passaggio dalla vita alla morte, smorzando l’altissimo tasso di adrenalina che pompa nel cuore dei superstiti, prossimi alla fine. L’eroe qui non è quello che si è costruito certezze come montagne di muscoli e cuori femminili infranti, è il nerd che sembra aver cercato rifugio nell’alterazione della realtà. Sarà lui a trasformare il suo bong da strumento di assopimento dei sensi a micidiale arma di distruzione di mostri, così come sarà il primo a capire e a rifiutare di fare il burattino nelle mani di altri. Ho parlato di sostanze somministrate e di salvezza dell’umanità, ma di cosa parla questo film?

Eravamo rimasti ai cinque ragazzi in partenza. Ma, dall’altra parte dello "schermo", c’è anche un progetto più grande di loro, che li rende ignari protagonisti di un sacrificio crudele quanto necessario. E’ un film colto, che, come dicevo, non ammicca ai "teen something" ma li sberleffa con cruda ironia. E’ pieno di citazioni che rimandano non solo a una corposa carrellata di incubi su celluloide e su carta, ma anche ad una più vasta cultura dello sceneggiatore, che si sente e si coglie anche nei più piccoli dettagli. All’inizio infatti, possiamo pensare che si tratti di un esperimento scientifico criminale. No, think again. Poi pensiamo ad un reality per ricchi annoiati ma, ancora,  alcune frasi dei tecnici del progetto possono rimandarci erroneamente a “Hostel”. Think again! E di nuovo, pensiamo di conoscere la storia e ancora una volta ci sbagliamo. In realtà, dall’altra parte non ci sono clienti che pagano, siamo noi a pagare loro: un po’ di sangue fresco per non far arrossire il mondo di tutto il sangue umano. E, se le scene nella sala di regia dei tecnici mostrano un’umanità indegna di essere salvata, non possiamo fare a meno di trovarla divertente, perché questo è l’effetto che fa l’humor nero: anestetizza anche la più rosea sensibilità, per preservarla tale. Da una parte si ride e si scherza, si scommette sul vincitore, si spreca il cinismo e l’assuefazione alla regola del male minore: dall’altra, si sta compiendo un massacro pilotato, dove l’unica scelta lasciata in mano ai ragazzi è quella, inconsapevole, di come morire e per mano di chi. Questo film si diverte a spiazzare, servendosi abilmente del perfetto incastro tra dialoghi ed immagini, in modo quasi subliminale. Solo alla fine apprendiamo che questo film nel film è stato creato per salvare il mondo dagli “Antichi”,  capricciosi Dei assetati di sangue e di iniquità terrena,  ma la spinta tecnologica che trasuda da ogni inquadratura riesce bene nel compito di tenerci lontani da ogni possibile previsione sul finale.

In questa storia, le citazioni divergono dal solito plagio camuffato che ammorba i film, e certi fumetti nostrani,  più per mancanza di cultura che per un suo eccesso:  sono piacevoli rimandi ad una scrittura che, prima di essere divenuta tale, è stata lettura. A partire dalla splendida citazione degli Antichi di  Lovecraft, che viene omaggiato per quel meraviglioso pezzo di suspance e orrore senza fine de "Le montagne della Follia", dove appunto fanno la loro comparsa le creature superiori e assassine non selettive: come nel romanzo, anche nel film l'atmosfera di un'estinzione dolorosa e senza speranza è assicurata. Ma l'elenco delle citazioni letterarie non finisce con Lovecraft.
Il drogato, nel suo letto legge le avventure di “Little Nemo”, ed è paradossalmente lui il Piccolo Nessuno che si sveglia dal mondo onirico per afferrare la realtà, non gli altri suoi compagni.
La vergine del film, la rossa per intenderci, si fa novella Pandora quando spinge il bottone rosso che libera dalle gabbie gli “Antichi”. Certo, non lo fa spinta dalla curiosità come l’originale Pandora, ma dall’istinto di autoconservazione, nel disperato tentativo di rimandare la fine sua e quella dell’amico drogato, poiché, anche in questo caso, la speranza non è uscita dal vaso.
La carneficina messa in atto dai mostri liberati, ricorda quella dell’isola del Dottor Moreau e proprio una delle creature, il Tritone, tanto invocata da uno dei burattinai del progetto, se lo sbranerà, esattamente come finisce Moreau nel romanzo di H.G.Wells.
Quando il telefono rosso della sala di regia squilla, lo fa per un lungo momento prima che qualcuno si decida a rispondere. E’ la replica del telefono rosso, ormai vintage, di quello del ’63, creato per permettere un dialogo diretto d’emergenza tra Cremlino e Casa Bianca. Lo stesso che compare nei film di Kubrick, ”Il dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi  e ad amare la bomba” e di Lumet ”A prova d’errore”, entrambi del 1964.
E lo spirito patriottico non finisce con la citazione del telefono, c’è anche spazio per un’esilarante presa per il culo degli horror giapponesi, con la sconfitta della loro creatura  più spaventosamente riuscita degli ultimi anni: un'intera classe di alunne manga, brucia in pochi secondi la famigerata capelluta di bianco incamiciata, protagonista di "The Ring". E in un’altra scena, Godzilla è esanime, schiantato sulle macerie fumanti di un grattacielo.
Tra i vari mostri strappati da altre pellicole, quello più significativo è però Pennywise, il clown della saga di “It“ di Stephen King. Una scena particolarmente divertente, e che funge da avvertimento, è nel finale, quando una poliziotta tenta invano di ucciderlo a colpi di pistola! Ma come si può eliminare il coacervo di tutte le bassezze e paure primordiali?
Dal suppliziante di Hellraiser ai cobra giganti, c’è spazio anche per una citazione sull’arte: una bambina, ballerina classica, che ha una vagina dentata al posto della faccia ed è vestita come la famosa scultura di Degas, la “Danzatrice di 14 anni”.
Il sangue che spruzza nella stanza chiusa quando i mostri sono liberati, sembra fiottare direttamente dall’Overlook Hotel.

Mordecai è il nome del benzinaio sputacchione che i ragazzi incontrano prima di arrivare alla casa.  In aramaico il nome significa “servitore di Dio”. Non poteva chiamarsi diversamente questo invasato, il cui scopo è di comunicare alla centrale l’arrivo degli “agnelli nel mattatoio”, e di indurre lo spettatore fuori strada.
E, dulcis in fundo, compare la direttrice del progetto, colei che vigila affinché agli Antichi venga riconosciuto il giusto tributo di sangue, quale prezzo per il nostro affitto terreno. E lei è una sempre affascinante Sigourney Weaver, ancora paladina del bene ma, questa volta, a tutti i costi. Si distingue per una battuta in particolare, quando dà della vergine alla rossa, che per tutto il film si è però mossa come una macchina da guerra. Difatti la rossa, quasi offesa, le risponde: “Vergine a me?” La Weaver quindi, abbozza con un: “Facciamo del nostro meglio,  con quello che abbiamo a disposizione.”

In sintesi, anche se la fine del mondo è scritta nel finale, questo film ci lascia con un senso di appagamento perché è vero, liberatorio ed attuale. La fine del mondo come lo conoscevamo: questa , è la vera fine prevista dai Maya. I burattini stanno tagliando i fili in ogni dove, e non si fanno più alcuno scrupolo nella distruzione dell’iniquità, anche a costo di andare alla morte e demolire ogni ordine precostituito. I due finalisti del film sanno che devono morire ma hanno scelto loro, come. Ed è un privilegio per pochi, che ben si legge nell’appagata resa alla sorte scritta sui loro volti ,nell’ultima inquadratura.

Vale la pena ricordare che spesso le opere migliori, hanno avuto vita più difficile. Questo è un film che abbiamo rischiato di non vedere: ufficialmente è stato accantonato per due anni, a causa di problemi finanziari dovuti alla bancarotta della MGM nel 2010. Ma era e rimane un’opera diversa e nuova nel genere horror, e questa è la ragione più probabile del suo lungo stallo, perché a nessun distributore piace l’idea di essere il primo a  sperimentare sentieri non battuti.  Senza dati alla mano -i risultati del box office- trovare chi abbia il coraggio di finanziare qualcosa che non sia l’ennesima replica di un successo al botteghino, diventa un’impresa più ardua che quella di girare il film stesso. E il genere horror prospera con i soliti script, dove tutte le storie iniziano con l’introduzione delle vittime designate, tanto antipatiche quanto meritevoli della fine che faranno.
Poco contava quindi che il film fosse diretto da Drew Goddard,  sceneggiatore di “Cloverfield” e delle serie “Lost” e “Alias”. Ma c’erano due nomi nel film,  al tempo passati in sordina,  che sono oggi divenuti popolarissimi e questa volta il distributore non si è lasciato sfuggire l’occasione: sono Joss Whedon e Chris Hemsworth.  Il primo è co-sceneggiatore del film, già sceneggiatore di ”Toy Story” e “Alien-La Clonazione” ma anche di serie tv come ”Buffy”. Uno che è passato da instancabile lavoratore della parola a star del momento nell’Olimpo hollywoodiano, per aver scritto e diretto “The Avengers”,  che in sole tre settimane è diventato il quarto film di sempre per biglietti staccati al botteghino. Il secondo è l’attore, amatissimo dal pubblico femminile, che ha interpretato Thor l’anno scorso e ricompare ancora quest’anno in “The Avengers”,  nei panni del supereroe Marvel.

sabato 12 maggio 2012

Necrofilia Letteraria

DEL CITAZIONISMO NEFASTO O DELLA NECROFILIA LETTERARIA.     Sintomatologia e prevenzione.
“Per me, chi cita sempre i pensieri altrui dimostra solo di non averne di propri e che continui a disseppellire dei morti,  ai fini della tentata copula con un vivo, fa di costui un reo confesso della sua volgare mediocrità.”

Il necrofilo è colui che si accoppia col cadavere.
L’essere umano condanna il miserabile, solitamente maschio, per questo atto perverso, soprattutto se il concupito è proprio parente.
Questa perversione è però malattia rara e abbiamo quindi ottime possibilità di non essere sedotte neanche da morte.
C'è però una più contagiosa forma di necrofilia che si consuma miliardi di volte al giorno su qualsiasi social network e sui cellulari: io la chiamo "necrofilia letteraria".
Questa piaga sociale è esplosa con l'avvento di Wikipedia e dei troppi siti specializzati in “citazioni”, aprendo il libero accesso al nozionismo sfrenato, e ai frammenti di cultura, a chiunque sia dotato di una connessione internet.
 I più assidui seguaci copiaincollatori di questi siti sono quelli che di solito usano i libri per scacciare le mosche d’estate e per accendervi il camino d’inverno: dotati di un Q.I. pari all'animale da razzolo, sono schiavi di un uso precario dell’italiano e tendono verso l’analfabetismo culturale.
Il necrofilo letterario può essere sia maschio che femmina ed è vieppiù un corteggiatore seriale: è colui o colei che si serve del pensiero di un morto, ai fini della tentata copula con un vivo. Attraverso il proprio profilo Facebook, più idoneo allo scopo rispetto a Twitter, il necrofilo letterario non fa altro che impestare di citazioni la propria e le altrui bacheche, sia per tenere alta la fiamma della passione con la propria vittima, sia per procacciarsene una. I più timidi si limitano, invece, ad infettarti in privato con messaggi trasudanti lo scibile di morti eccellenti.
L'importante, per questa specie, è che il citato sia morto quanto famoso ed universalmente noto quale detentore della verità assoluta nel suo campo, che di solito è la letteratura, la poesia ed il teatro.
Si servono costoro di pensieri immortali, scegliendoli con la stessa cura con la quale preleverebbero lo scatolame dagli scaffali di un discount. Vanno a cazzo nella scelta della frase ad effetto, che effetto può fare solo ad un loro correo in banalità. Convinti che le frasi da loro brutalizzate in seriali “copia&incolla” siano battute isolate, costoro ignorano che nella maggior parte dei casi sono invece concetti estrapolati dai contesti di opere strutturate. Gli editori sanno che per la maggior parte il pubblico dei lettori è costituito paradossalmente da “non lettori”: sono quelli che comprano libri d’intrattenimento che richiedono lo stesso sforzo mentale che serve per assistere ad un programma tv. Perciò, un libretto snello,  che rechi nel titolo la parola “aforismi”, entra nel carrello della spesa con la stessa facilità di un pacchetto di chewingum e garantisce sempre buone vendite.
Per fortuna, questi esemplari sono facili da individuare. Può essere l’annoiata signora divenuta tale dopo aver sposato un Signor cognome o il medico o l’avvocato o il piazzista, desiderosi di far credere di non possedere solo una stretta, arida formazione professionale: la verità è che non c’è una categoria esente da questa forma di necrofilia. Ma chi ne è affetto, si smaschera facilmente da solo dopo poche infelici battute. Ricorre spesso a frasi fatte, cordiali e generiche, così, “tanto pe’ parlà, pe' fà quarche cosa”. Ha inoltre una frase termometro, quando parla di libri, che lo rivela in tutto il suo pressappochismo, affermando con vorace smandibolamento:"Io i libri non li leggo, li divoro!" Spesso, notatelo, strabuzza anche l’occhio nel profferire tale scelleratezza.
C'è da credergli: quello i libri non li legge, semmai ha fatto outing sui propri gusti culinari, paragonandosi alle tarme della carta. Liberatevene in fretta non appena sentite l’infame enunciato e salutatelo con un affettato: ”Arrivederci, pesciolino d’argento!” Non capirà il senso della frase ma farà finta di sapere e si congederà come se lo aveste indicato col nome di battesimo. E di fatto è così, il pesciolino d’argento è il nome volgare del Lepisma Saccharina, il micidiale insetto ghiottone di libri.

Evitate come la peste questi necrofili: la loro frequentazione è contagiosa. I primi sintomi sono agghiaccianti ma si insinuano dolci dentro la mente: la testa non vi dolerà mai per esempio, ma comincerete presto a non avere più alcun pensiero originale. Ricorrerete alle opinioni altrui per farvene di vostre e le adotterete come valide. Poco a poco, se siete fortunati, riuscirete ad accorgervi di non tollerare più  il silenzio ma anche che, dalla vostra testa, non uscirà alcuna traccia di ragionamento che possa rendervi migliori e più consapevoli. Le vostre giornate si sfoglieranno uguali, come fogli di un calendario, tra conversazioni vuote, risate di circostanza e di finto appagamento sociale. Arriverete anche a gradire la loro frivola presenza, in quanto rassicurante appendice di carne del ronzio televisivo in sottofondo alle vostre serate casalinghe.  Se però non vi accorgete del male che vi fanno, è perché siete voi stessi appestati dalla stessa piaga e solo lo scontro con un intelletto indipendente potrà farvi tornare in voi. Ma data la lunga esposizione al necrofilo, potreste anche snobbare il vostro salvatore, e rifugiarvi con rinnovata e più ostinata idiozia in quelle cerchie di mediocri perdigiorno.

Tutti ne siamo circondati ma basta non frequentarli per non esserne inquinati: è libero arbitrio, usiamolo.
Alla fine, siamo le amicizie che abbiamo.
Il “necrofilo letterario” si appropria di concetti altrui  per sfuggire dal logorio mentale di formulare pensieri in autonomia, che poi gli duole la testa. In cerca di affermazione e di attrazione del prossimo, senza il cui consenso si sentirebbe morto, il necrofilo è il frutto marcio coltivato in un terreno inquinato che non gli ha dato alcun nutrimento per lo spirito.
La generazione figlia degli scemi di guerra, quelli rei di averci condotti fin qua, non ha saputo prendere il distacco dall’abbrutita parentela, seguendo biecamente il precetto di onorare il padre e la madre, quantunque rimbecilliti. Ha così generato a sua volta una schiera di nuovi mostri che non riescono a provare orrore per la superficialità dei propri genitori, anzi ne seguono l’esempio, togliendoci ogni speranza per una futura leva, intellettualmente degna dell’Italia che fu.
Perché ci vogliono buoni lettori per leggere e capire buoni libri. Anche la lettura, come la scrittura, è azione creativa. Ma sto citando, parafrasandolo, Ralph Waldo Emerson, il quale, odiando le citazioni, chiedeva al suo interlocutore di parlargli solo di ciò che egli conoscesse in prima persona. Se solo la gente si rendesse conto che ogni volta che esprime un’opinione sul mondo, confessa anche il proprio carattere...
Ed ora, per restare in tema, una citazione pura,  di Renato Rascel: “Io prendo manciate di parole e le lancio in aria; sembrano coriandoli, ma alla fine vanno a posto come tessere di un mosaico.”
Ma tu necrofilo letterario, non provarci nemmeno: lanciate in aria da te,  le parole sembrerebbero strappi di carta igienica e alla fine lo sai bene dove potrebbero trovare unicamente posto.