mercoledì 19 settembre 2012

"Fiat Lux!"







Rifatta la statua di Zio Fester a Termini. Sostituita la lampadina, già fulminata dalle bestemmie di detrattori invidiosi, alla presenza dei parenti e del sindaco.

martedì 14 agosto 2012

Happy Birthday Sibilla Aleramo!

"Una cosa noi odiamo, è vero: ma in noi, non negli altri: la pace. C'è in noi un odio istintivo, celato, misterioso, per la nostra pace, pur tanto dolce e benedetta."



"Alfine mi riconquistavo, alfine accettavo nella mia anima il rude impegno di camminar sola, di lottare sola, di trarre alla luce tutto quanto in me giaceva di forte, d'incontaminato, di bello; alfine arrossivo dei miei inutili rimorsi, della mia lunga sofferenza sterile, dell'abbandono in cui avevo lasciata la mia anima, quasi odiandola. Alfine risentivo il sapore della vita, come a quindici anni."

giovedì 2 agosto 2012

La lista nera delle Dark Lady al cinema/SCHEDA N.3 “Baby Firefly” in “La Casa del Diavolo”






Nome e cognome: Vera Ellen, Baby Firefly, alias Angel, Bunny, Baby Jane

Interprete: Sheri Moon Zombie

Titolo film: “La casa del diavolo”

Titolo originale “The Devil’s Rejects”

Genere: Horror

Sceneggiatura: Rob Zombie

Musiche: Rob Zombie, Terry Reid, Tyler Bates

Regia: Rob Zombie

Anno: 2005

Frase più agghiacciante: “Cosa vuoi fare? Spararmi? In fondo io cosa ti ho fatto? Perché vuoi uccidermi? Sono la vostra unica salvezza, mio fratello è schizzato, l’hai visto?”

Scena indimenticabile: quando il Clown entra in bagno per fare la pipì e la tazza che vediamo nell’inquadratura seguente è quella del caffè. E per qualche frazione di secondo il regista ci fa  credere davvero che quel liquido nero sia la pipì di Captain Spaulding. Ottima intuizione.

Morale del film:” La vendetta, perché sia efficace, è una pietanza che va servita sempre ghiacciata.”


Alta, statuaria, bionda, bellissima e socievole psicotica assassina, Baby Firefly ha proprio poco da spartire col nome del “mio mini pony “ suo omonimo.
E' uno dei personaggi meglio caratterizzati del genere “horror”: estrema, improbabile, ma assolutamente credibile agli occhi dello spettatore che non può fare a meno di rimanere incollato allo schermo per vedere la fine che fa e, per assurdo, sperare che riesca a salvarsi.
La vocetta e i modi infantili di Baby le permettono di flirtare con le sue vittime, inizialmente attratte dal suo modo di fare ingenuo e diretto; ma da lì a poco lei si svelerà in tutto il suo orrore maniacale.



Baby fa parte di una famiglia raccapricciante, dedita all'omicidio, al furto, allo stupro e alla necrofilia. E' figlia di una prostituta tremenda e spietata, Mother Firefly, dalla quale ha ereditato la perversione e il carattere da bambina capricciosa. Il padre è un clown sfatto che gestisce un locale sudicio, con annessa pompa di benzina e museo degli orrori. Baby ha tre fratelli: Otis, artistoide necrofilo che ama filosofeggiare sulla vita in perfetto stile Charles Manson, Tiny, gigante ritardato e sfigurato da un incendio che il loro stesso padre aveva appiccato alla casa, e Rufus, un bestione che verrà ucciso nelle prime scene del film. “La casa del diavolo” è il secondo e ultimo capitolo della storia di questa famiglia, iniziata con il film “La casa dei 1000 corpi”, nel quale cominciamo a conoscere la figura di Baby, il suo senso dello humor nero, la sua agghiacciante perversione di giocare con gli esseri umani come il gatto col topo e la sua predilezione per le dive di Hollywood, su tutte Bette Davis.
“La casa del diavolo” si svolge alla fine degli anni '70, sei mesi dopo l'interruzione del primo film ed inizia con una retata della polizia, durante la quale Baby e Otis riescono a fuggire mentre viene catturata la madre.
Da qui in poi i due fuggitivi lasceranno dietro di loro una lunga scia di sangue e terrore, nulla avendo più da perdere se non la loro stessa sopravvivenza.
A differenza del primo film, dove le vittime possono solo essere tali e gli aguzzini trionfano indisturbati, nel secondo la situazione si ribalta. I cattivi, pur ammazzando ogni cosa che trovano sul loro cammino, sono braccati e devono difendersi. E la figura di Baby è quella più interessante e complessa. E' comunque una ragazza, dopo tutto, una bellissima ragazza dall'aspetto dolce e dai modi di bambina, senza mai risultare stucchevole allo spettatore quanto invece le sono, in entrambi i film, le vittime: simpaticone ed arroganti, piene di sé e corrotte dal banale quotidiano. Questa ragazza, finanche comica e divertente per chi la guarda, adesso è in pericolo. E il poliziotto che la bracca non è meno spietato di lei, senza più distinzione tra vittima e carnefice. E stando così le cose, lo spettatore viene confuso nelle sue convinzioni, non riesce del tutto a riconoscersi nel personaggio del buono, perché il regista l'ha abilmente levato di torno, trasformandolo in una sorta di psicopatico col distintivo. E allora riesce difficile non cedere alla tentazione di parteggiare per la bionda assassina in fuga, che,  fino all'ultimo, anche nella disperazione mantiene alta la sua dignità, combattendo sempre: anche questa è la differenza che la separa da un altro concetto standard, quello  della “vittima” cinematografica, piagnucolante e poco attaccata alla vita, quasi meritevole che le venga tolta. Soprattutto nelle scene finali, la bionda dimostra di avere un alto tasso di sopportazione alla tortura, mantenendo intatta la sua femminilità ed energia: anche qui Baby infrange a testa alta lo stereotipo dell'aguzzino, che lo vuole spavaldo solo con il coltello dalla parte del manico e mai quando ce l'ha conficcato nelle carni.
La figura di Baby, magistralmente caratterizzata da Rob Zombie, che non a caso è un fumettista oltre che musicista e marito dell'attrice che la interpreta, è quella di una ragazza pericolosa e deviata, in grado di suscitare una ridda di sensazioni contrastanti, che vanno dalla fascinazione alla paura, dal comico al surreale e che lo spettatore non riesce a definire negative nel suo complesso. Anzi. Complice di tutto ciò è la colonna sonora scelta dal regista, che più azzeccata non poteva essere: è il country malinconico a tenere la scena, modellando e rendendo epica la lunga cavalcata verso la morte di Baby, fratello schizzato e papà Clown.

lunedì 16 luglio 2012

La lista nera delle Dark Lady al cinema/SCHEDA N.2 “Matilde Mazzatella” in “Brutti, sporchi e cattivi”


Linda Moretti è Matilde Mazzatella

Nome e cognome: Matilde Mazzatella
Interprete: Linda Moretti
Titolo film: “Brutti, sporchi e cattivi”
Genere: Commedia grottesca
Sceneggiatura: Ruggero Maccari, Ettore Scola
Musiche: Armando Trovajoli
Regia: Ettore Scola
Anno: 1976
Dialogo più agghiacciante: (scambio di vedute col marito Giacinto)
Giacinto: ”…Sta qua  a gratis senza pagare una lira e manco è figlio mio!”
Matilde:  “E’ figlio a te!”
Giacinto: “Non è figlio mio.”
Matilde: “A chi è figlio allora?”
Giacinto: “E lo domandi a me? Domandalo a quella zoccola che sei…E’ nato o no a dicembre?”
Matilde: ”Embè?!?”
Giacinto: “Io erano due anni che stavo in galera e ho uscito a maggio, quello è nato a dicembre e dice “embè”?
Matilde: “Embè?! ?È nato settimino…”
Giacinto: “No, è nato figlio di puttana.”
Scena indimenticabile: il lungo piano sequenza alla ricerca di una prova d’infedeltà coniugale, che si concretizza nel rinvenimento del reperto incriminato, non propriamente il classico regalo di un amante, che nel caso dei nostri è infatti “u scupettin d’u cesso”. Preludio ad una scenata di puro odio coniugale che con la gelosia non ha niente da spartire,  la scena è un esempio di perfetto impeto recitativo e registico.
Morale del film: “I parenti non si scelgono”


Brutta, sporca e cattiva è Matilde Mazzatella.
  Interpretata da un’ispiratissima Linda Moretti, grande attrice della compagnia di Eduardo ed indimenticabile Donna Rosa ne “Il Postino”, Matilde è la tipica moglie/madre di quel sottoproletariato, voluto e vezzeggiato in eterno dalla Chiesa col classico motto di spirito, da sempre ispiratore di tanta bestemmia: “Beati voi poveri, perché vostro è il Regno di Dio!” Era su donne come lei che, nei pur rivoluzionari anni ’70,  ancora gravava tutto il peso della cacciata dal paradiso, lontana qual era dalle meraviglie della contraccezione, invece adottata dalla media borghese, e che segnò il punto di non ritorno tra quel ceto, impedito nella scala evolutiva, e quell'altro passibile di migliorie. Vittima e carnefice di un marito altrettanto orrendo, interpretato da un incarognatissimo Nino Manfredi, Matilde è la mater familias generatrice di troppi sgraziatissimi figli, che sbarcano il lunario infelicemente: ripulendo discariche, rubando, vendendo lupini o loro stessi per strada,  assistendo allupati anziani o “cercando lavoro e  pregando la Madonna di non trovarlo”. Vittima di botte, coltellate, insulti e dell’eterna miseria nella quale la fa vivere il marito Giacinto, Matilde si decide a rivestire il ruolo di carnefice definitiva solo quando egli le sferra l’affronto decisivo: le corna. Una notte, suo marito le porta in casa Iside, un’enorme puttanone dai modi gentili, forzando così Matilde ad un’obbligata condivisione dello spazio domestico con la più giovane rivale, a partire dal lettone matrimoniale. In più, Giacinto si rivela insolitamente generoso nei confronti della nuova arrivata, a discapito dei suoi famigliari, verso i quali nutre un odio e una grettezza cronica.
Temono allora i parenti che Giacinto passa sperperare i soldi avuti per un infortunio lavorativo, quel  milione di lire che ogni notte cercano di rubargli invano:è una questione d’onore e va lavata col sangue, previo voto unanime di tutta la sua famiglia. Già, la famiglia…
Per cominciare, questo è uno dei film che in assoluto meglio descrive la parola “abbrutimento” sotto ogni punto di vista, psichico, fisico e pure olfattivo, tanto questa pellicola può riuscire ad infastidire per il fetore che emana in certe inquadrature. Si sprecano prognatismi, tarchiature, ipoevolutismi,  irsutismi femminili e tutta una serie di anelli mancanti tra le bestie più basse nella scala evolutiva e l’uomo delinquente studiato da Lombroso.





 Ma è proprio la felice direzione omogenea ed empatica di questa truppa di tare mentali, frutto d’ incesti, a far vincere a Scola il premio per la miglior regia al Festival di Cannes del 1976.
Qui, anche il cane è menomato, ed i bambini, stipati ogni giorno in un gabbione-asilo ricavato dalle reti rugginose di tanti letti, non sembrano creature innocenti ma dementi precoci, destinati ad un futuro anche peggiore.

Nella baraccopoli di Monte Ciocci, nella Roma degli anni ’70 convivono o meglio, sopravvivono, una moltitudine di esseri che di umano hanno ben poco, stretti come polli da batteria in pochi metri quadri di baracca e sudiciume vario. Una famiglia pugliese “allargata” di figli, nipoti, nonna paralitica, parenti acquisiti e sorci che costituiscono il nucleo dei Mazzatella.
E’ l’eterna lotta contro la moglie e la sua continua difesa del tesoretto di un milione di lire,  a far da scaturigine alle scellerate azioni in cui si produrrà contro la sua stessa famiglia il patriarca Giacinto, cieco di un occhio e perennemente sotto spirito di vino.
Fin dalle prime sequenze del film, si capisce che il rapporto coniugale di intimo non ha nulla se non la reciproca mancanza di rispetto: e non potrebbe essere diversamente, data la completa assenza di privacy dovuta ai pochi metri quadri in sovrappopolazione. Matilde è evidentemente fedifraga, sostenendo che uno dei molti figli avuti dal marito, mentre questi era in galera da due anni, è nato settimino:le fa eco Giacinto, rispondendole che invece “è nato figlio di puttana”. 
Poco dopo,  la moglie, nuovamente e forse non a torto accusata di un altro adulterio, punta un coltellaccio alla gola del marito, in gesto di difesa, ma finisce lievemente ferita sul braccio,  producendosi in una  sceneggiata da ballatoio napoletano. 

Ma le scappatelle frequenti non possono certo bastare per definire Matilde Mazzatella una dark lady in senso classico: anzi, è fuori da ogni tentazione possibile, ma non nel contesto fangoso e batterico della baraccopoli. Qualcuno pronto a soddisfarla c’è comunque. Nonostante il corpo lardoso e sfatto, un viso con tanto di baffi e barba e un portamento non certo signorile, non teme il confronto con le altre baffute più giovani: nel deserto, dopotutto,  anche un ramo secco è un fiore. E’ lei a proporre  alla famiglia tutta l’eliminazione fisica del marito, ma lo farà definitivamente solo per l’affronto finale di Giacinto, dimostrando la differenza tra i valori dei bassifondi e quelli della piccola borghesia: nessuna. Le corna, sempre tacitamente accettate dalla moglie, diventano reali e non più accettabili solo nel momento in cui vengono sbandierate sotto gli occhi del vicinato. Dopo un consulto con tutta la famiglia riunita, anche la madre del condannato a morte è d’accordo ad eliminarlo. Tutti hanno un motivo valido per volerlo morto, e il comune denominatore è il denaro: quel milione su cui tutti hanno messo gli occhi, nella speranza di levarsi dalla miseria, quei soldi che Giacinto ha sempre negato ai suoi figli “sfruttatori profittanti”, perché non voleva darli “né a te né a nisciuno…”
Ma quando miseria e ignoranza coesistono nella stessa schiatta, dalla lotta nessuno ne esce  vincitore, poiché il cervello, in emergenza, inserisce il pilota automatico in rotta per la sopravvivenza, e ogni piano strategico non può che essere zoppo fin dall’inizio.  Matilde non ce la farà, e la guerra contro il marito finirà com'è iniziata ma con una disgrazia in più, perché, e qui è davvero il caso, al peggio non v’è mai fine. Matilde resta però la paladina di tutte le massaie brutte -e mignotte per necessità, più che per vocazione- che, giunte al capolinea, pretendono di continuare il tragitto, senza realizzare di essere finite da un pezzo  su un binario morto, fottendosene dei figli, con spinta di autoconservazione kamikaze. Sennò, perché accettare la routine di un padre che cerca di uccidere i propri figli, ma non tollerare le corna saltuarie di un marito?
In mezzo al susseguirsi senza fine di tante scene agghiaccianti, cito un momento di sospensione poetica: quando Giacinto incontra Iside per la prima volta e parla solo con lo sguardo, lo sguardo di un uomo che ha bisogno di fermarsi un attimo e, forse, d'innamorarsi.


 E poi, la poesia leggiadra della ragazzina sottile dagli stivali gialli, che apre e chiude il film. Si muove alle prime luci del mattino, quando le baracche sono silenziose e la gentaglia non è in giro a peggiorare il panorama che, privato dalla loro presenza che tra poco incomberà, assume i contorni di un non luogo fermo nel tempo, quasi bello. In silenzio, ogni giorno la ragazzina compie il suo dovere con un’eleganza da ballerina che la eleva da quella brutta famiglia d’origine.




Ma nell’ultima inquadratura, ci toglie la speranza, covata fino alla fine del film, di vederla allontanarsi per sempre, alla volta di un futuro diverso.
O più semplicemente, come scrisse Alberto Moravia, Ettore Scola con questo film ci ha voluto raccontare “la scomparsa della speranza di tempi migliori. “


giovedì 5 luglio 2012

HAPPY BIRTHDAY JEAN COCTEAU!

"I have a piece of great and sad news to tell you: I am dead."
As Jean said, "style is a simple way of saying complicated things"...if you're not able to, you could never have style.

mercoledì 4 luglio 2012

La lista nera delle Dark Lady al cinema/SCHEDA N.1 “Annie Wilkes” in "Misery non deve morire"



Nome e cognome: Annie Wilkes
Interprete: Kathy Bates
Titolo film: “Misery non deve morire”
Titolo originale “Misery”

Genere: Thriller
Sceneggiatura: William Goldman

Musiche: Marc Shaiman
Regia: Rob Reiner
Anno: 1990
Frase più agghiacciante: “Paul,  hai mai sentito delle vecchie miniere di diamanti? Lo sai cosa succedeva a quelli che rubavano diamanti? Non ti preoccupare, non li uccidevano, sarebbe come distruggere una Mercedes perché i freni non funzionano bene… no, dovevano essere sicuri che avrebbero continuato a lavorare ma dovevano anche essere sicuri che non sarebbero scappati più…li sottoponevano ad una operazione…”
Scena indimenticabile (da rosario in mano): quando grufola come il suo orrido maiale all’impotente scrittore. Lì davvero lo spettatore prega, affinché avvenga un miracolo che ribalti la situazione in favore di Paul Sheldon.
Morale del film: “Ognuno ha i fan che si merita”

L’aguzzino peggiore che puoi incontrare sulla tua strada è sempre quello che meglio conosce i tuoi vizi, abitudini e virtù. Solo chi ti conosce a fondo è in grado di infliggerti le torture più efficaci e funzionali, in quanto a dolore e disagio procurati. Per questo motivo, hai appunto più speranze di incontrarlo in casa tua,  mentre assume le sembianze comunemente accettate del genitore, del coniuge  o dell’amico.
Ma se sei uno scrittore di successo, che ha appena avuto un terribile incidente d’auto sulle montagne del Colorado, mentre imperversa una bufera di neve, l’aguzzino peggiore è quello che corre in tuo aiuto. Tu non lo conosci, perché non puoi conoscere le facce di tutti i tuoi lettori. Ma lei, la tua più grande ammiratrice, ti conosce eccome! Anche perché ti stava seguendo da un pezzo con la sua fuoristrada e adesso ti sta portando a casa sua per curarti, in un fattoria isolata, senza vicini curiosi. Sembrerebbe il posto ideale per poter scrivere indisturbati il prossimo romanzo…
 Ma l’ammiratrice in questione è Annie Wilkes, un’ex infermiera con una lunga scia di morti ammazzati dietro di sé, soprattutto tra i suoi pazienti. Ha una maniacale attrazione per  lo scrittore e per il personaggio dei suoi  romanzi rosa, Misery Chastain. Come ogni fan che si rispetti, la donna conosce ogni abitudine e mania di Paul, grazie alle numerose interviste da lui rilasciate negli anni a stampa e tv.
Perciò, se sei uno scrittore o una scrittrice, se proprio devi raccontare di te in prima persona, tieni a mente le sagge parole di un “collega” che la sapeva lunga, che non si sa mai cosa possa capitarti nella vita:
"Dati Biografici: io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere (Quando contano, naturalmente). Perciò dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all'altra. Mi chieda pure quel che vuol sapere, e Glielo dirò. Ma non Le dirò mai la verità, di questo può star sicura » Italo Calvino, 1973
Annie vive con una scrofa marrone cui ha dato il nome di Misery, tanto per cambiare. E il maiale, che ricorre spesso come simbolo del male nella letteratura, a partire dalla Bibbia fino al “Signore delle mosche”, non per niente è l’animale preferito da Annie. Qui, nonostante il nome dell’infausta eroina del romanzo, la suina rispecchia perfettamente l’animo della padrona, suo alter ego animale.
 Il personaggio di Annie è interpretato da un’agghiacciante Kathy Bates, così spaventosamente brava da vincere per questo ruolo sia l’Oscar che il Golden Globe. Non solo: il suo personaggio è stato inserito dall’American Film Institute al 17° posto nella classifica dei 50 migliori cattivi del cinema americano, posizionandosi davanti al ”personaggio” dello squalo dell’omonimo film di Spielberg.
Lo scrittore è Paul Sheldon, famoso autore della fortunata serie di romanzi rosa, popolari e sdolcinati,  che narrano le avventure dell’eroina Misery Chastain.
Paul non va fiero dei suoi romanzi, che considera spazzatura, tanto da dichiarare alla sua agente di non essere più uno scrittore dal giorno in cui  ha iniziato a scrivere la storia di Misery. I critici lo disprezzano, si occupano di lui solo perché è il suo vasto pubblico ad obbligarli a farlo, ma ogni volta lo maltrattano nei loro articoli. Eppure, Paul deve la sua fortuna proprio a Misery. Ma è dura continuare a scrivere  senza assumersi la responsabilità di essere uno scrittore, senza poter azionare certe leve del pensiero nei propri lettori, solitamente sopite dalla banalità del quotidiano.
 Da uno scrittore ci si attende che faccia bene il proprio mestiere, che altro non è che procurare pensieri nuovi e punti di vista “altri” in chi legge. Ma come può fare il suo mestiere Paul Sheldon, se resta ingabbiato in quel genere d’intrattenimento per donne frustrate quanto lui, mentre si obbliga a scriverne? Decide quindi di dare un taglio a Misery, facendola morire di parto nell’ultimo libro appena uscito,  con il disappunto della sua agente letteraria prima, e di Annie poi. Deciso a scrivere solo per il proprio piacere e senza più logiche di mercato, sceglie di ritirarsi nel solito albergo in Colorado, il Silver Creek Lodge. Una volta finito il nuovo libro, con molta baldanza salta sulla sua Mustang del ‘65 per tornare a New York, ma viene sorpreso dalla tormenta e finisce fuori strada, riportando gravissime ferite. Viene estratto dall’auto da Annie, che apre la portiera servendosi di un piede di porco, non propriamente l’oggetto che ci si aspetterebbe di trovare nell’auto di una signora. Da qui in poi è tutto un crescendo di terrore e torture fisiche e psicologiche per Paul.

Lo scrittore è magnificamente interpretato da James Caan, l’attore che tutti ricordiamo soprattutto nella parte di Santino Corleone, il figlio scavezzacollo del Padrino.
Paul è un uomo maturo ma ancora molto affascinante,  Annie è una grassoccia flaccida dai gusti provinciali e bigotti, che ben rispecchiano le qualità intellettive della lettrice media del genere rosa. E’ possibile definirla dark lady nell’accezione più scura del termine, quella del buio della mente. E’ una che non molla l’osso, a costo di sbriciolarlo nella presa. E’ una donna permale, perché cova l’illusione di ottenere ciò che desidera solo cercando di piegare il prossimo alla sua malata volontà.
Non c’è tortura peggiore, per uno scrittore, che quella di essere obbligato a scrivere il seguito di un  romanzo cui aveva posto fine con la provvidenziale morte della protagonista. 

Ma sarà proprio l’arma dello scrittore, qui nella doppia espressione di pensiero e di macchina da scrivere,  a farlo uscire dall’incubo di quell’ossimoro vivente della sua carceriera.
Ci sono differenze nel passaggio dal libro di Stephen King alla sceneggiatura del film, come alcune scene di violenza fisica e psicologica che mancano nella pellicola, ma ciò nulla toglie alla tensione continua che prende lo spettatore alla gola, in quanto le espressioni, i dialoghi e le azioni di Annie, fanno sempre temere il peggio e sperare che il povero scrittore riesca a riportare a casa la pelle. Annie è semplicemente spaventosa e imprevedibile. Del resto che cosa ci si può aspettare, se non di tutto, da una che ogni giorno ti sveglia cambiando le carte in tavola, dicendoti: “Ho chiesto a Dio cosa fare e lui ha detto: l’ho mandato da te affinché tu possa mostrargli la via …?”

Le dinamiche psicologiche di questa storia si fondano sul sadismo, sulla presa di potere del più disgraziato sul più fortunato. Lei gli invidia la cultura e l’intelligenza, ma è una donna che però ha la forza della consapevolezza nei suoi mezzi. 

Sa di essere brutta, sgradevole, malata di mente e ignorante. Sa quindi che uno come Paul Sheldon è fuori dalla sua portata e che non gli capiterà mai più un'occasione simile: per questo ne abusa come può, ma non come vorrebbe.

 E siccome non sarà mai suo, come molte pervertite sentimentali premedita l'omicidio/suicidio:non potrebbe mai darsi pace nel saperlo felice senza di lei. La furbizia non le manca.  La sua bigotteria estrema è uno stereotipo più comunemente diffuso di quanto la sua psicopatia evidente possa far credere. Non cerca salvezza nella religione, per la quale si sforza di dimostrarsi devota agli occhi del prossimo. Nella religiosità ad oltranza, cerca la giustificazione e l’assoluzione al male che sa di compiere, nella vana speranza che il prossimo abbia compassione di lei e la sottovaluti, solo perché le parole del vangelo sono l’unica consolazione palese, insieme al cibo, per la sua bocca ingorda. E’ una tipologia di dark lady sgranarosari e baciapile, molto diffusa nella realtà, castrante e pericolosissima, perché abile ad infilarsi nelle crepe della coscienza piccolo borghese, presenti in tutta la cultura cattolica. Una volta dentro, ha la velenosa capacità di far sentire in colpa chiunque, scovando il male in ognuno con la scusa della sacra scrittura, mettendolo all’indice. Fustigatrice degli altrui costumi e dell’altrui dialettica, è capace di uccidere per una parola che non le piace ascoltare. Perché è Dio che l’ha incaricata di farlo. Così lei è innocente e l’assassino è Dio. Ancora una volta, è sempre colpa di qualcun altro quando sei in cima alla lista dei deliri d’onnipotenza.

Qual’ è il messaggio che ci ha dato Stephen King? Da scrittore abilissimo, con questa storia King non ha fatto altro che prendersi una rivincita definitiva con quelli che scrivono (male) di mestiere. Che non sono quelli come lui, che ne ha fatto un mestiere per talento indiscusso. Sono quelli che studiano a tavolino con gli editor e gli agenti cosa far leggere, e a chi. Soprattutto, sono quelli che scrivono d’insensate storie d’amore strappalacrime, che fanno breccia nei cuori delusi di donne dalla bassa cultura, in ogni parte del globo: sono milioni, anche in termini di copie vendute.
“Misery” rappresenta un duro attacco a chi si guadagna da vivere scrivendo per gratificare un certo target e per il successo facile. King colpisce dritto in mezzo a quelle tonnellate di carta inchiostrata buona per il macero, ma non per la memoria della letteratura: libri ed autori che saranno ricordati solo per il  breve attimo di appagamento e crogiolo di piccoli lettori e del loro passaggio terreno. Si meritano perciò costoro i fan che hanno, perché scrivendo spazzatura per solleticare sentimenti repressi e manie di grandezza, non possono pretendere di durare più della vita dei loro stessi lettori. Ergo, se è vero che un autore non può sopravvivere alla sua opera postuma, è altrettanto vero che il grande scrittore non è mai morto, vivendo costantemente nelle ristampe e nelle riletture. 

 Paul Sheldon lo sapeva e aveva dato un taglio ai romanzetti per galline. Ma è subito dopo aver voltato pagina definitivamente che il fato gli presenta il conto.  Ha allora un senso la frase di Jean Cocteau: "Quando un'opera sembra in anticipo sul suo tempo, è vero invece che il tempo è in ritardo rispetto all'opera". Ed ecco così il povero scrittore costretto, da un’ignorante, a scrivere di nuovo robaccia insulsa. Sotto tortura. Credo che sia questo che King auguri a quelli che continuano a fregiarsi del titolo improprio di  suoi “colleghi”: d’incontrare la loro più grande fan.

martedì 3 luglio 2012

Happy Birthday Franz Kafka!

"One morning, as Gregor Samsa was waking up from anxious dreams, he discovered that in his bed he had been changed into a monstrous verminous bug. "

Peter Kuper "The Metamorphosis"

All the horror of a century in these two lines...a century that still seems ours.

lunedì 2 luglio 2012

La lista nera delle Dark Lady al cinema.

La Dark Lady nell'immaginario collettivo, una premessa sulle donne permale del cinema.



Prima di tutto, alcune definizioni classicamente accettate di dark lady, mutuate dal cinema noir: donna di fascino, manipolatrice, intelligente, scaltra, sensuale, cattiva, infedele, comunque pericolosa per il maschio che la incontra sulla propria strada.
A volte, anche assassina, ma si sa che in amore e in guerra tutto è concesso.

E' l'amore il campo di battaglia sul quale la dark lady combatte la sua guerra personale? Forse, è più azzeccato parlare di “confinanti” dell'amore, e di ciò che questo implica. Se è vero infatti che nessuna vittima è mai innocente al 100%, la dark lady fa leva su quelle che sono le debolezze dell'animo umano, non sempre soltanto maschile: la brama sessuale e quella di potere, la gelosia, l'odio, il senso di inferiorità, le manie di grandezza.

Il fine giustifica il mezzo, e ciò parrebbe essere il mantra machiavellico dello stereotipo narrativo che incasella questo modello di donna fatale.
Una cattiva a senso unico insomma, nata cattiva, e che di solito non fa una bella fine, né la fa fare al suo prossimo. Una donna perduta, che proprio per tale motivo, porta a perdere chi l'accompagna per mano.
Di solito è una donna sola, libera da vincoli famigliari e soprattutto è senza figli.
L'iconografia estetizzante del cinema, del fumetto e dei racconti polizieschi, la vogliono bellissima, tutta occhiate languide e fasciata in abiti che nulla lasciano all'immaginazione,  perché la sua femminilità esasperata è l'esca che fa cadere in trappola la vittima, che di solito ci casca peraltro ben volentieri.

La mia personale definizione di dark lady contempla anche questa immagine, ma sfugge all'archetipo imposto dai canoni visivi che il cinema ha creato dagli anni '40 in poi.
La parola “dark” è un aggettivo inglese che ha diverse accezioni: buio, scuro, fosco, triste, oscuro, sinistro, malefico, arrabbiato, misterioso.
E ci sono molti modi, per una donna, di essere triste, malefica, sinistra,  buia e pure arrabbiata. Senza per questo dover essere per forza bella da togliere il fiato, seduttiva nell'abbigliamento, single e senza figli, infedele o particolarmente colta e intelligente.
Essere una dark lady è uno stato d'animo, è qualcosa che va al di là di un gesto, di un'abitudine, di un abito o di un preciso status sociale.
Il “buio”, nel senso più dark del termine, è racchiuso all'interno di ogni donna, e quando lui decide che è giunta l'ora di uscir fuori a prendere una boccata d'aria, ecco che anche la donnina più insignificante può cominciare a fare seri danni. E' il buio che paradossalmente cerca la luce, che si va a prendere l'applauso, magari in un momento di riscatto per la donna: non sempre infatti è sintomo di malattia mentale, quanto di un disagio imbavagliato troppo a lungo.
La dark lady può essere colei che, dopo una vita di soprusi e sofferenze, decide di spandere il suo buio sugli altri, contagiandoli col suo malessere:è quella che è pronta a tutto per migliorare la sua posizione sociale, oppure è una madre così invadente da impedire al figlio di vivere una vita autonoma e felice. E' la moglie che uccide il marito, è quella che si vendica e non lascia andare un nemico, a costo della sua stessa vita: anche queste sono dark lady.
Il comune denominatore di tutte queste donne buie è la strenua ricerca di mantenere il controllo sulla propria vita o di modificarne il destino, ricorrendo a qualsiasi mezzo punibile dalla legge o, nei casi più lievi, a qualsiasi mezzo esecrabile moralmente: questa, è la mia definizione di dark lady.
Sono tutte quelle donne che rifiutano il ruolo di vittima, che vuole che chi ha subito un danno sia solo unicamente identificabile con la parte debole, lacrimevole e passiva.

E' con questo approccio che ho compilato la lista che segue sulle eroine nere, perché ogni genere cinematografico ha le sue dark lady.
Queste donne non appartengono solo al genere drammatico, thriller o horror: anche la commedia infatti, ci ha regalato dei ritratti indimenticabili di dark lady divertenti, ma non per questo meno pericolose o non intenzionate a nuocere al prossimo.

venerdì 22 giugno 2012

Love and fear by Yehuda Berg

The heart cannot contain both fear and love at the same time. 
When our hearts contain fear, we cannot love. Fear is worrying that we won’t get what we need. Love is about sharing with the other person.

When we are walking with love in our heart, living with love, then we are in an affinity with the Creator and there is no need for fear. Love is the strongest of all energies.

lunedì 28 maggio 2012

Analisi del film “Quella casa nel bosco”- “The Cabin in the Woods” USA, 2011-HORROR

26.05.2012, h.22,40, UCI CINEMAS SPINETTA MARENGO, Sala 3, Fila 6, Posto 8. Versione del film senza 3D.

“ Se questo mondo non è perfetto né perfettibile e devo essere io a morire per tenerlo in vita,  allora che muoia il mondo intero insieme a me: questa è la vera rivoluzione del burattino che ha deciso di tagliare i fili. Questo è l’incipit di ogni rivoluzione sociale, questo è il messaggio del film, che non riesco a definire semplicemente un buon film horror. E’ un film perfetto.”
Era più di un anno che non godevo del privilegio di andare da sola al cinema per vedermi un horror, senza il brusio ininterrotto di domande sconce nelle orecchie: ”Quello lì chi è?”, quesito indirizzato a capire chi fosse un personaggio che era stato inquadrato in primo piano per i ¾ del film, oppure “Perché non è scappata dalla finestra invece di farsi ammazzare?”, rivolto a una ragazza appena massacrata in uno scantinato con feritoia di 10X20 cm. Il tutto condito, nei momenti clou, dalla frase d’ordinanza: “Mi cago addosso”. 
Ma passiamo al film.
Già nella locandina, c’è una scritta che non è un semplice strillone pubblicitario, ma esprime sinceramente il senso di novità nel genere horror che “Quella casa nel bosco” rappresenta. E dice così:”You think you know the story. Think again.”
Infatti, la storia inizia come ci hanno abituati tutti gli sceneggiatori di film horror:  studenti in partenza per il solito week end di paura. C’è la finta bionda e vera stupida, convinta che indossare un paio di shorts mal riempiti ed ammiccare pose erotiche, più imbarazzanti che arrapanti, le conferisca il primato di fascino e bellezza. E’ fresca di tinta bionda,  addizionata a sua insaputa di una sostanza cretinizzante a rilascio graduale, che su di lei non si capisce bene se stia facendo effetto o no, tanto è cretina. Completamente all’oscuro di ogni forma di pensiero intelligente, viene redarguita dal fidanzato atletico ed al contempo studioso (!) che le vieta di leggere libri impegnati, che poi le fanno male. Già qui, lo spettatore meno passivo può apprezzare il distacco ironico che lo sceneggiatore si vuole prendere dal solito cliché orrorifico, dove il fidanzato è irrimediabilmente stupido quanto la propria ragazza. C’è appunto il  fidanzato della bionda, che all’inizio del film pare l’uomo perfetto per ogni donna: bellissimo, colto ed intelligente. Non per niente è interpretato da Chris Hemsworth. Continuerà a restare bellissimo ma, nel corso del film, a causa di un innalzamento testosteronico indotto da sostanze a sua insaputa, il fidanzato ideale si trasformerà in un ottuso maschio alpha, a tratti rincoglionito. C’è la rossa, timida e secchiona, più bella e intensa della finta bionda, e difatti ci darà qualche soddisfazione nel corso del film, dimostrando quanto si possa celare sotto la frustrazione sessuale e la grande passione per la lettura. Qui, la scrittura che si diverte a prendere in giro i teen movies, culmina nell’imbarazzo artificioso della rossa quando, dopo un’intera scena passata in mutande, il fidanzato della bionda le fa notare che lei è appunto… in mutande! Rossori e “Oohhhhh!” di ottocentesca memoria si sprecano. C’è poi il ragazzo atletico, posato e rispettoso, scelto dagli amici della rossa come suo papabile fidanzato. Ed infine, ecco il personaggio chiave della storia, il drogato della banda, che sembra uno Shaggy Rogers in carne ed ossa, uscito con smarrimento dal cartoon di Scooby-Doo: se all’inizio è l'incarnazione di tutti gli effetti negativi della marijuana, qui portati al parossismo comico, nel corso del film dimostrerà di essere il più lucido, grazie proprio alla cannabis! Pare che il THC sia infatti capace di inibire le sostanze vaporizzate nell’aria da chi ha deciso di sacrificare le vite dei cinque ragazzi, in cambio della salvezza dell’umanità. Ci sono molti messaggi nella trama di questo film, come l'uso del libero arbitrio, che corre però su un solo binario verso la fine della storia: anche la marijuana ha una sua evoluzione “psicologica”, passando dallo status di droga a quello di “pianta curativa”, capace di alleviare il doloroso passaggio dalla vita alla morte, smorzando l’altissimo tasso di adrenalina che pompa nel cuore dei superstiti, prossimi alla fine. L’eroe qui non è quello che si è costruito certezze come montagne di muscoli e cuori femminili infranti, è il nerd che sembra aver cercato rifugio nell’alterazione della realtà. Sarà lui a trasformare il suo bong da strumento di assopimento dei sensi a micidiale arma di distruzione di mostri, così come sarà il primo a capire e a rifiutare di fare il burattino nelle mani di altri. Ho parlato di sostanze somministrate e di salvezza dell’umanità, ma di cosa parla questo film?

Eravamo rimasti ai cinque ragazzi in partenza. Ma, dall’altra parte dello "schermo", c’è anche un progetto più grande di loro, che li rende ignari protagonisti di un sacrificio crudele quanto necessario. E’ un film colto, che, come dicevo, non ammicca ai "teen something" ma li sberleffa con cruda ironia. E’ pieno di citazioni che rimandano non solo a una corposa carrellata di incubi su celluloide e su carta, ma anche ad una più vasta cultura dello sceneggiatore, che si sente e si coglie anche nei più piccoli dettagli. All’inizio infatti, possiamo pensare che si tratti di un esperimento scientifico criminale. No, think again. Poi pensiamo ad un reality per ricchi annoiati ma, ancora,  alcune frasi dei tecnici del progetto possono rimandarci erroneamente a “Hostel”. Think again! E di nuovo, pensiamo di conoscere la storia e ancora una volta ci sbagliamo. In realtà, dall’altra parte non ci sono clienti che pagano, siamo noi a pagare loro: un po’ di sangue fresco per non far arrossire il mondo di tutto il sangue umano. E, se le scene nella sala di regia dei tecnici mostrano un’umanità indegna di essere salvata, non possiamo fare a meno di trovarla divertente, perché questo è l’effetto che fa l’humor nero: anestetizza anche la più rosea sensibilità, per preservarla tale. Da una parte si ride e si scherza, si scommette sul vincitore, si spreca il cinismo e l’assuefazione alla regola del male minore: dall’altra, si sta compiendo un massacro pilotato, dove l’unica scelta lasciata in mano ai ragazzi è quella, inconsapevole, di come morire e per mano di chi. Questo film si diverte a spiazzare, servendosi abilmente del perfetto incastro tra dialoghi ed immagini, in modo quasi subliminale. Solo alla fine apprendiamo che questo film nel film è stato creato per salvare il mondo dagli “Antichi”,  capricciosi Dei assetati di sangue e di iniquità terrena,  ma la spinta tecnologica che trasuda da ogni inquadratura riesce bene nel compito di tenerci lontani da ogni possibile previsione sul finale.

In questa storia, le citazioni divergono dal solito plagio camuffato che ammorba i film, e certi fumetti nostrani,  più per mancanza di cultura che per un suo eccesso:  sono piacevoli rimandi ad una scrittura che, prima di essere divenuta tale, è stata lettura. A partire dalla splendida citazione degli Antichi di  Lovecraft, che viene omaggiato per quel meraviglioso pezzo di suspance e orrore senza fine de "Le montagne della Follia", dove appunto fanno la loro comparsa le creature superiori e assassine non selettive: come nel romanzo, anche nel film l'atmosfera di un'estinzione dolorosa e senza speranza è assicurata. Ma l'elenco delle citazioni letterarie non finisce con Lovecraft.
Il drogato, nel suo letto legge le avventure di “Little Nemo”, ed è paradossalmente lui il Piccolo Nessuno che si sveglia dal mondo onirico per afferrare la realtà, non gli altri suoi compagni.
La vergine del film, la rossa per intenderci, si fa novella Pandora quando spinge il bottone rosso che libera dalle gabbie gli “Antichi”. Certo, non lo fa spinta dalla curiosità come l’originale Pandora, ma dall’istinto di autoconservazione, nel disperato tentativo di rimandare la fine sua e quella dell’amico drogato, poiché, anche in questo caso, la speranza non è uscita dal vaso.
La carneficina messa in atto dai mostri liberati, ricorda quella dell’isola del Dottor Moreau e proprio una delle creature, il Tritone, tanto invocata da uno dei burattinai del progetto, se lo sbranerà, esattamente come finisce Moreau nel romanzo di H.G.Wells.
Quando il telefono rosso della sala di regia squilla, lo fa per un lungo momento prima che qualcuno si decida a rispondere. E’ la replica del telefono rosso, ormai vintage, di quello del ’63, creato per permettere un dialogo diretto d’emergenza tra Cremlino e Casa Bianca. Lo stesso che compare nei film di Kubrick, ”Il dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi  e ad amare la bomba” e di Lumet ”A prova d’errore”, entrambi del 1964.
E lo spirito patriottico non finisce con la citazione del telefono, c’è anche spazio per un’esilarante presa per il culo degli horror giapponesi, con la sconfitta della loro creatura  più spaventosamente riuscita degli ultimi anni: un'intera classe di alunne manga, brucia in pochi secondi la famigerata capelluta di bianco incamiciata, protagonista di "The Ring". E in un’altra scena, Godzilla è esanime, schiantato sulle macerie fumanti di un grattacielo.
Tra i vari mostri strappati da altre pellicole, quello più significativo è però Pennywise, il clown della saga di “It“ di Stephen King. Una scena particolarmente divertente, e che funge da avvertimento, è nel finale, quando una poliziotta tenta invano di ucciderlo a colpi di pistola! Ma come si può eliminare il coacervo di tutte le bassezze e paure primordiali?
Dal suppliziante di Hellraiser ai cobra giganti, c’è spazio anche per una citazione sull’arte: una bambina, ballerina classica, che ha una vagina dentata al posto della faccia ed è vestita come la famosa scultura di Degas, la “Danzatrice di 14 anni”.
Il sangue che spruzza nella stanza chiusa quando i mostri sono liberati, sembra fiottare direttamente dall’Overlook Hotel.

Mordecai è il nome del benzinaio sputacchione che i ragazzi incontrano prima di arrivare alla casa.  In aramaico il nome significa “servitore di Dio”. Non poteva chiamarsi diversamente questo invasato, il cui scopo è di comunicare alla centrale l’arrivo degli “agnelli nel mattatoio”, e di indurre lo spettatore fuori strada.
E, dulcis in fundo, compare la direttrice del progetto, colei che vigila affinché agli Antichi venga riconosciuto il giusto tributo di sangue, quale prezzo per il nostro affitto terreno. E lei è una sempre affascinante Sigourney Weaver, ancora paladina del bene ma, questa volta, a tutti i costi. Si distingue per una battuta in particolare, quando dà della vergine alla rossa, che per tutto il film si è però mossa come una macchina da guerra. Difatti la rossa, quasi offesa, le risponde: “Vergine a me?” La Weaver quindi, abbozza con un: “Facciamo del nostro meglio,  con quello che abbiamo a disposizione.”

In sintesi, anche se la fine del mondo è scritta nel finale, questo film ci lascia con un senso di appagamento perché è vero, liberatorio ed attuale. La fine del mondo come lo conoscevamo: questa , è la vera fine prevista dai Maya. I burattini stanno tagliando i fili in ogni dove, e non si fanno più alcuno scrupolo nella distruzione dell’iniquità, anche a costo di andare alla morte e demolire ogni ordine precostituito. I due finalisti del film sanno che devono morire ma hanno scelto loro, come. Ed è un privilegio per pochi, che ben si legge nell’appagata resa alla sorte scritta sui loro volti ,nell’ultima inquadratura.

Vale la pena ricordare che spesso le opere migliori, hanno avuto vita più difficile. Questo è un film che abbiamo rischiato di non vedere: ufficialmente è stato accantonato per due anni, a causa di problemi finanziari dovuti alla bancarotta della MGM nel 2010. Ma era e rimane un’opera diversa e nuova nel genere horror, e questa è la ragione più probabile del suo lungo stallo, perché a nessun distributore piace l’idea di essere il primo a  sperimentare sentieri non battuti.  Senza dati alla mano -i risultati del box office- trovare chi abbia il coraggio di finanziare qualcosa che non sia l’ennesima replica di un successo al botteghino, diventa un’impresa più ardua che quella di girare il film stesso. E il genere horror prospera con i soliti script, dove tutte le storie iniziano con l’introduzione delle vittime designate, tanto antipatiche quanto meritevoli della fine che faranno.
Poco contava quindi che il film fosse diretto da Drew Goddard,  sceneggiatore di “Cloverfield” e delle serie “Lost” e “Alias”. Ma c’erano due nomi nel film,  al tempo passati in sordina,  che sono oggi divenuti popolarissimi e questa volta il distributore non si è lasciato sfuggire l’occasione: sono Joss Whedon e Chris Hemsworth.  Il primo è co-sceneggiatore del film, già sceneggiatore di ”Toy Story” e “Alien-La Clonazione” ma anche di serie tv come ”Buffy”. Uno che è passato da instancabile lavoratore della parola a star del momento nell’Olimpo hollywoodiano, per aver scritto e diretto “The Avengers”,  che in sole tre settimane è diventato il quarto film di sempre per biglietti staccati al botteghino. Il secondo è l’attore, amatissimo dal pubblico femminile, che ha interpretato Thor l’anno scorso e ricompare ancora quest’anno in “The Avengers”,  nei panni del supereroe Marvel.

sabato 12 maggio 2012

Necrofilia Letteraria

DEL CITAZIONISMO NEFASTO O DELLA NECROFILIA LETTERARIA.     Sintomatologia e prevenzione.
“Per me, chi cita sempre i pensieri altrui dimostra solo di non averne di propri e che continui a disseppellire dei morti,  ai fini della tentata copula con un vivo, fa di costui un reo confesso della sua volgare mediocrità.”

Il necrofilo è colui che si accoppia col cadavere.
L’essere umano condanna il miserabile, solitamente maschio, per questo atto perverso, soprattutto se il concupito è proprio parente.
Questa perversione è però malattia rara e abbiamo quindi ottime possibilità di non essere sedotte neanche da morte.
C'è però una più contagiosa forma di necrofilia che si consuma miliardi di volte al giorno su qualsiasi social network e sui cellulari: io la chiamo "necrofilia letteraria".
Questa piaga sociale è esplosa con l'avvento di Wikipedia e dei troppi siti specializzati in “citazioni”, aprendo il libero accesso al nozionismo sfrenato, e ai frammenti di cultura, a chiunque sia dotato di una connessione internet.
 I più assidui seguaci copiaincollatori di questi siti sono quelli che di solito usano i libri per scacciare le mosche d’estate e per accendervi il camino d’inverno: dotati di un Q.I. pari all'animale da razzolo, sono schiavi di un uso precario dell’italiano e tendono verso l’analfabetismo culturale.
Il necrofilo letterario può essere sia maschio che femmina ed è vieppiù un corteggiatore seriale: è colui o colei che si serve del pensiero di un morto, ai fini della tentata copula con un vivo. Attraverso il proprio profilo Facebook, più idoneo allo scopo rispetto a Twitter, il necrofilo letterario non fa altro che impestare di citazioni la propria e le altrui bacheche, sia per tenere alta la fiamma della passione con la propria vittima, sia per procacciarsene una. I più timidi si limitano, invece, ad infettarti in privato con messaggi trasudanti lo scibile di morti eccellenti.
L'importante, per questa specie, è che il citato sia morto quanto famoso ed universalmente noto quale detentore della verità assoluta nel suo campo, che di solito è la letteratura, la poesia ed il teatro.
Si servono costoro di pensieri immortali, scegliendoli con la stessa cura con la quale preleverebbero lo scatolame dagli scaffali di un discount. Vanno a cazzo nella scelta della frase ad effetto, che effetto può fare solo ad un loro correo in banalità. Convinti che le frasi da loro brutalizzate in seriali “copia&incolla” siano battute isolate, costoro ignorano che nella maggior parte dei casi sono invece concetti estrapolati dai contesti di opere strutturate. Gli editori sanno che per la maggior parte il pubblico dei lettori è costituito paradossalmente da “non lettori”: sono quelli che comprano libri d’intrattenimento che richiedono lo stesso sforzo mentale che serve per assistere ad un programma tv. Perciò, un libretto snello,  che rechi nel titolo la parola “aforismi”, entra nel carrello della spesa con la stessa facilità di un pacchetto di chewingum e garantisce sempre buone vendite.
Per fortuna, questi esemplari sono facili da individuare. Può essere l’annoiata signora divenuta tale dopo aver sposato un Signor cognome o il medico o l’avvocato o il piazzista, desiderosi di far credere di non possedere solo una stretta, arida formazione professionale: la verità è che non c’è una categoria esente da questa forma di necrofilia. Ma chi ne è affetto, si smaschera facilmente da solo dopo poche infelici battute. Ricorre spesso a frasi fatte, cordiali e generiche, così, “tanto pe’ parlà, pe' fà quarche cosa”. Ha inoltre una frase termometro, quando parla di libri, che lo rivela in tutto il suo pressappochismo, affermando con vorace smandibolamento:"Io i libri non li leggo, li divoro!" Spesso, notatelo, strabuzza anche l’occhio nel profferire tale scelleratezza.
C'è da credergli: quello i libri non li legge, semmai ha fatto outing sui propri gusti culinari, paragonandosi alle tarme della carta. Liberatevene in fretta non appena sentite l’infame enunciato e salutatelo con un affettato: ”Arrivederci, pesciolino d’argento!” Non capirà il senso della frase ma farà finta di sapere e si congederà come se lo aveste indicato col nome di battesimo. E di fatto è così, il pesciolino d’argento è il nome volgare del Lepisma Saccharina, il micidiale insetto ghiottone di libri.

Evitate come la peste questi necrofili: la loro frequentazione è contagiosa. I primi sintomi sono agghiaccianti ma si insinuano dolci dentro la mente: la testa non vi dolerà mai per esempio, ma comincerete presto a non avere più alcun pensiero originale. Ricorrerete alle opinioni altrui per farvene di vostre e le adotterete come valide. Poco a poco, se siete fortunati, riuscirete ad accorgervi di non tollerare più  il silenzio ma anche che, dalla vostra testa, non uscirà alcuna traccia di ragionamento che possa rendervi migliori e più consapevoli. Le vostre giornate si sfoglieranno uguali, come fogli di un calendario, tra conversazioni vuote, risate di circostanza e di finto appagamento sociale. Arriverete anche a gradire la loro frivola presenza, in quanto rassicurante appendice di carne del ronzio televisivo in sottofondo alle vostre serate casalinghe.  Se però non vi accorgete del male che vi fanno, è perché siete voi stessi appestati dalla stessa piaga e solo lo scontro con un intelletto indipendente potrà farvi tornare in voi. Ma data la lunga esposizione al necrofilo, potreste anche snobbare il vostro salvatore, e rifugiarvi con rinnovata e più ostinata idiozia in quelle cerchie di mediocri perdigiorno.

Tutti ne siamo circondati ma basta non frequentarli per non esserne inquinati: è libero arbitrio, usiamolo.
Alla fine, siamo le amicizie che abbiamo.
Il “necrofilo letterario” si appropria di concetti altrui  per sfuggire dal logorio mentale di formulare pensieri in autonomia, che poi gli duole la testa. In cerca di affermazione e di attrazione del prossimo, senza il cui consenso si sentirebbe morto, il necrofilo è il frutto marcio coltivato in un terreno inquinato che non gli ha dato alcun nutrimento per lo spirito.
La generazione figlia degli scemi di guerra, quelli rei di averci condotti fin qua, non ha saputo prendere il distacco dall’abbrutita parentela, seguendo biecamente il precetto di onorare il padre e la madre, quantunque rimbecilliti. Ha così generato a sua volta una schiera di nuovi mostri che non riescono a provare orrore per la superficialità dei propri genitori, anzi ne seguono l’esempio, togliendoci ogni speranza per una futura leva, intellettualmente degna dell’Italia che fu.
Perché ci vogliono buoni lettori per leggere e capire buoni libri. Anche la lettura, come la scrittura, è azione creativa. Ma sto citando, parafrasandolo, Ralph Waldo Emerson, il quale, odiando le citazioni, chiedeva al suo interlocutore di parlargli solo di ciò che egli conoscesse in prima persona. Se solo la gente si rendesse conto che ogni volta che esprime un’opinione sul mondo, confessa anche il proprio carattere...
Ed ora, per restare in tema, una citazione pura,  di Renato Rascel: “Io prendo manciate di parole e le lancio in aria; sembrano coriandoli, ma alla fine vanno a posto come tessere di un mosaico.”
Ma tu necrofilo letterario, non provarci nemmeno: lanciate in aria da te,  le parole sembrerebbero strappi di carta igienica e alla fine lo sai bene dove potrebbero trovare unicamente posto.

venerdì 27 aprile 2012

La Capitale si dimentica del centenario della nascita di Renato Rascel. "Arrivederci Roma", dalla memoria corta.(N.Brunialti)

Prendo spunto, per il titolo di questo post, dalle parole dell'amico Brunialti, perché non ce ne sono di migliori per prendere atto di questa gravissima dimenticanza. Un'occasione perduta dalla città del cinema per far conoscere Renato Rascel a chi non ha mai avuto la fortuna di vederlo dal vivo o in tv, mostrando il significato del  talento e del saper fare spettacolo a 360°. Per fortuna a celebrarlo in grande stile, da maggio a dicembre, ci ha pensato Torino, la città dove Rascel è nato per caso e alla quale non ha mai dedicato una canzone eterna quanto la sua città, quella che lui amava di più al mondo: Roma. Dedicato ai frequentatori della parrocchia di Don Matteo, che non sanno quanto ci si divertisse in quella di Padre Brown. Arrivederci a Torino.


"Ce sta 'na leggenda romana
legata a 'sta vecchia fontana
per cui se ce butti un soldino
     costringi er destino a fatte tornà...."