martedì 1 novembre 2011

Biennale di Venezia-Padiglione Italia Bis-Sale del Re- Galleria Vittorio Emanuele, Milano

It's all well that ends well :)
Leni Berta Helène Amalie Riefensthal & Anneliese Marie Frank
Two women with different and marked destinies, the same historical period. During a dictatorship time as the Nazi Regime, a woman with the passion for the cinema, Leni Riefensthal, benefits of the largest creative freedom as few directors ever had in any other part of the world and time. Photographer, screenwriter, editor and director, with her 'Olympia' she introduced such innovative techniques and style to make her Berlin’s Olympiad documentary one of the biggest cinematographic models ever. Meanwhile, a Jewish girl, Anne Frank, struggled hard days inside a concentration camp, deprived of every sort of freedom and dignity. A diary, which pages were abruptly interrupted and transmitted as sad news until us. I created two opposite sandals, working with the symbology that comes to my memories for their very opposite stories. Leni’s sandal is made of photographic film and it has got a swastika for heels. The crocked cross is the oriental one, that stands for 'universal peace'. This symbol has been re-interpreted by Nazism that applied to the swastika an inclination of 45 degrees for more aggressiveness. The half a swastika symbolized Nazism’s end but it is also the incapability to achieve worldwide peace; the fact that is positioned under the heels of its major artist it is the recovery’s symbol of intellectual freedom. In Anne’s sandal I realized two transparent plastic heels that contained ash, miserable product of lager’s crematories and two sashes made of beads barbed wire, physical and psychological barrier to the freedom of human being.

Marie Antoinette

I think that one should pay attention to the words used because what it is trash to someone, it could be everything another one owns. They say that one day, Marie Antoinette acknowledged with the fact that her subjects were so poorly fed that they didn’t even had bread, she has answered: ”Let them eating croissants!” I wonder if this sentence of hers, deserving of the highest praise for the pledge profuse into the resolution of the French res publica, came to her mind the day she was then beheaded. Her sandal is made of many guillotines, one for each toe and one for the ankle. I don’t want to hide my sympathy for Lady Oscar, when years back I was watching tv, totally taken by her cartoons series.
"Leni Riefensthal"-Barbara Zucchi, scultura in poliuretano, svarowski e pellicola fotografica, materiali riciclati


"Marie Antoinette"- Barbara Zucchi, scultura in poliuretano, svarowski, materiale riciclato
"Anna Frank"-Barbara Zucchi, scultura in poliuretano, svarowski, materiale riciclato

giovedì 27 ottobre 2011

"Il Mummificatore" di Nicola Brunialti

Ho letto l'anteprima dell'ultimo libro di Nicola Brunialti, “Il Mummificatore”, che esce oggi in libreria, edito da Newton Compton.

Anche se questo è il suo primo libro non indirizzato direttamente ad un pubblico di ragazzini, la prima cosa che ho notato leggendolo è che si vede bene che Nicola ha sempre raccontato storie ai più piccoli. Fin dalle prime righe la scrittura è chiara, ci fa capire subito dove siamo. Qui non capiterà mai di dover tornare indietro di una pagina per capire meglio cosa succede nella successiva: non si rischia di cadere nell'effetto “Martini”che tanti scrittori causano nel lettore, per eccesso di bizantinismi. Nicola ha quella dote, sempre più rara, che fa la differenza tra chi semplicemente compie l'atto di scrivere e chi è scrittore: è la sintesi, che è poi efficacia di comunicazione.

Lo deve al suo passato di pubblicitario? O al fatto che è pronipote di un certo Alessandro Manzoni?

Dire con poche parole quello che molti dicono con troppe, facendo perdere il lettore in periodi lunghissimi, è un dono che non si può imparare e che nessuna scuola di scrittura creativa potrà mai insegnare.

Una parola dopo l'altra, il lettore entra ed esce con naturalezza nei mondi diversi dei personaggi, raccontati nella loro routine quotidiana. Certo, stiamo parlando della routine di una famigliola di fantasmi, grazie alla quale scopriamo che nemmeno da morti si scampa alle insoddisfazioni lavorative; di quella, tutta subbuglio, di una ragazzina che non sta alle regole imposte dal conformismo consumistico delle sue coetanee, dalle quali si differenzia senza il timore di mostrare la sua “emarginazione”. E poi c'è la routine di un serial killer, che in presa diretta ci accompagna in casa delle sue vittime, scelte tra le vecchiette sole, con piglio codardo ma anche snobistico. Perché anche lui, come la giovane protagonista Sophie, ha qualcosa da ridire su questa generazione che ha come marchio di fabbrica le chiappe che fanno capolino dai jeans.

Inoltrandomi nella lettura dei primi capitoli, capisco anche che Nicola vive molto in mezzo ai suoi piccoli lettori ed anche agli adolescenti. Ci descrive la realtà di una ragazzina che preferisce il silenzio di una pietra tombale al chiasso delle sue coetanee, soprattutto a quello compulsivo che si consuma fuori dalle vetrine dei negozi più trendy. Alcune frasi qua e là ci dicono come la pensa in merito lo scrittore. Tanto è vero che l'edonismo di indossare una felpa dalla marca riconoscibile, è il rimedio “fai da te” per compensare la bassa percezione che ha di sé l'adolescente, e di attribuirsi un valore acquisito. Ma l'autore, tra le righe, suggerisce al giovin lettore che egli vale una cifra ben più alta di quella scritta sul cartellino del prezzo dell'ambita felpa, che peraltro tutti indossano.

La scena di Sophie, che appone la sua firma con un pennarello su tutti i capi firmati, lasciati dalle compagne nello spogliatoio della palestra, vale da sola l'acquisto del libro. Ha ragione la ragazzina a credere che quella, sia l'unica firma alla quale lei possa realmente attribuire un valore.

Perché se per molti si cammina meglio con un paio di scarpe di cui tutti conoscono il prezzo, alcuni preferiscono fare molta strada nella vita, con le loro gambe, prima di tutto. E Sophie è proprio sulla strada giusta. Come quella intrapresa da Nicola Brunialti, che ha ben presente cosa voglia dire assumersi la responsabilità di essere uno scrittore. Perché il lettore non è qualcuno da intrattenere semplicemente, e lo scrittore è colui che deve porsi come obiettivo quello di azionare certe leve del pensiero, quasi sempre sopite dalla banalità degli usi comuni.






domenica 3 luglio 2011

Quando la terra brucia...non accetto compromessi.

« L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. »

lunedì 27 giugno 2011

Alcune copertine in ordine sparso...





V-shirt, le magliette di Vittorio Sgarbi a fumetti...

V-shirt con Vittorio Sgarbi versione fumetto...
Per chi proprio non potesse fare a meno d'indossarne una, le può trovare qui.
























Umberto Eco, Elio Vittorini e Del Buono sui fumetti...

Numero 1 di Linus, era l' Aprile del 1965 ma tiene ancora botta...
Charlie Brown e i fumetti.
Umberto Eco intervista Elio Vittorini e Oreste Del Buono.


EcoOggi stiamo discutendo di una cosa che riteniamo molto importante e seria, anche se apparentemente fri­vola: i fumetti di Charlie Brown. Vittorini, com'è che hai conosciuto Charlie Brown?

VittoriniIo mi sono sempre interessato di fumetti da tempi lontanissimi, da quando ero ragazzo. Me ne occu­pavo anche ai tempi di “Politecni­co” e ricordo che una volta ho pregato il nostro amico Del Buono di intervenire su certi fumetti ame­ricani parlandone non soltanto sot­to il profilo sociologico, come suc­cede di solito, ma anche sotto il profilo storico

Eco
Di che cosa avete parlato a quel­l'epoca?

Del Buono
Un po' di tutto, facemmo persino dei fumetti dai Promessi Sposi.

Vittorini
Sì, avevamo anche cercato di ser­virci dei fumetti come mezzo di di­vulgazione letteraria ma si trattava più che altro di un divertimento per noi stessi. Del resto uno “spirito di fumetto” c'era anche nel tipo di impaginazione che usavo per il Politecnico dove poi c'era una appendice interamente dedicata ai fumetti: Trevisani vi curò la pubbli­cazione di Li'l Abner e di Barnaby, il ragazzo afflitto dalla psicanalisi. Le storie di Barnaby erano uscite durante la guerra e noi su Poli­tecnico ne riportammo due o tre.

Eco
E Charlie Brown?

VittoriniCharlie Brown è venuto per un ac­cidente. Io mi facevo mandare dal­l'America, da amici che ho lì, i sup­plementi domenicali dove ci sono i fumetti, però questo non l'avevo notato perché quelle persone non mi mandavano mai la pagina giu­sta. Finalmente una volta ho visto in mano a una ragazza della Mon­dadori, nel '58-59, un album ancora di quelli formato “forze di libera­zione". Incuriosito, me lo sono fat­to dare e ricordo che passai il resto del pomeriggio mondadoriano a guardarmeli. Da allora li ho cercati sempre.

EcoTu che ti sei occupato tra i primi in Italia della tradizione narrativa americana, come collochi Charlie Brown nella letteratura americana?

Vittorini
Bisognerebbe prima stabilire a che tipo di letteratura appartiene Schulz, ma comunque, senza anda­re nel difficile. io lo avvicinerei a Salinger, però con un interesse molto più ampio e secondo me molto più profondo.

EcoAllora secondo te è più artista Schulz?

VlttoriniCertamente. Salinger, resta, se vo­gliamo, poeta: però non riesce ad essere il poeta di una società, ri­mane un prodotto in fondo molto letterario (da questo punto di vista Ring Lardner, l'effettivo creatore del racconto “hot “, o meglio “hard-boiled”, soddisfa meglio cer­te esigenze di impegno). Salinger è un “patetico” che evade nel mondo dell'infanzia la quale non è, per lui, rappresentativa del mondo degli adulti, della maturità come lo è per Schulz dove l'infanzia è il “ signifiant”, il veicolo di questo mondo completo che è l'uomo ma­turo, un po' come Johnny Hart (quello di B.C.) che rappresenta il mondo moderno attraverso l'età della pietra.

Eco
E tu Del Buono come vedi Charlie Brown?

Del Buono
Io sono un convertito a Charlie Brown, All'inizio non mi piaceva affatto, Intanto il mio interesse per i fumetti era diretto al genere avven­turoso e Charlie Brown non mi divertiva. Trovavo persone che ridevano, leggendo Charlie Brown, e cercavo questa parte di comico senza trovarla. Però a un certo pun­to è avvenuta proprio una specie di rivelazione: ho scoperto che i fumetti di Charlie Brown sono as­solutamente realistici. È avvenuta addirittura un'identificazione: Char­lie Brown sono io. Da questo punto ho cominciato a capirlo. Altro che comico, era tragico, una tragedia continua, Ed ecco finalmente ne ho cominciato a ridere. Un fumetto co­me diagnosi, prognosi ed esorci­smo.

Vittorini
E qui vorrei fare un'osservazione di carattere strutturale rispetto a quel­lo che dice Del Buono: lui denun­cia un'incomprensione rispetto ai primi contatti con le strips di Char­lie Brown. Il primo contatto in ef­fetti non soddisfa; una singola strip di Charlie Brown non dice niente, è una barzelletta; però, nella quan­tità, quando interviene anche la ripetizione di certi motivi, e le strips si succedono costituite, un po' co­me le frasi musicali, di invariabili e di variabili, di tre invariabili e due variabili l'una, di quattro invariabili e una variabile l'altra, si ha allora un "continuo” che approfondisce non solo numericamente il signifi­cato iniziale e lo snoda, lo articola, fino a farlo coincidere con tutti gli aspetti di una realtà data.

EcoQuesto mi pare importante perché molte volte quando si cerca di spie­gare a qualcuno, che non è abitua­to ai fumetti di Charlie Brown, che essi sono importanti, questo qual­cuno tende a giudicarli così come giudicherebbe una pagina di ro­manzo, una pagina letteraria. Leg­ge un brano isolato, due o tre pa­gine e non vi trova effettivamente nulla, Per giudicare i fumetti per quello che valgono realmente, bi­sogna tener conto proprio della lo­ro tecnica di distribuzione e di consumo, così come certe epiche po­polari di un tempo trovavano il loro sviluppo proprio attraverso il ripe­tersi delle avventure. È quindi im­possibile giudicare il fumetto con i criteri che si applicano alla lette­ratura normale. Questo non signi­fica che il fumetto non possa esse­re un prodotto letterario: solo che esso va giudicato in un “sistema” di lettura (e quindi anche di crea­zione) diverso.

VittoriniVa giudicato a partire da un certo punto: cioè da un punto in cui ci accorgiamo che è esplosa, per cosi dire, una globalità; un punto in cui è avvenuto una specie di “scatto di totalità”. Ma vorrei cercare di spiegarmi meglio. L'unità espressi­va, l'abbiamo detto, è la strip, la sequenza. Prima della strip non ab­biamo che la vignetta, una vecchis­sima conoscenza giornalistica, co­stituita da una figura e una battuta che si completano a vicenda e che esauriscono in un corpo solo quel­lo che hanno da dire. Con la strip abbiamo non solo una moltiplica­zione della figura e della battuta, una serie di quattro cinque figure e di altrettante battute, ma abbiamo anche un elemento del tutto nuovo, l'elemento della successione tem­porale, il quale si manifesta in due ordini sovrapposti, uno analogico per le figure e uno logico per le parole, benché poi le parole abbia­no la prevalenza e investano della loro logicità letteraria tutto l'insieme riducendo le figure a non ave­re che dei compiti stereotipi, di de­scrizione, di caratterizzazione, ecc. ecc. come dei semplici segni pitto­grafici. È questo terzo elemento che fa della strip un'unità espressi­va, perché rende puramente para­digmatico il valore di ogni vignetta a sé, e assume in proprio (all'inter­no del proprio decorso) l'elabora­zione del significato. Ma la strip non esprime che un frammento di mondo, un aspetto di personaggio, un momento di rapporto e anche se in se stessa può riuscire prege­vole lo riuscirà solo a livello di mas­sima, di illuminazione, di appunto, di episodio, di aneddoto. La qualità ch'essa rivela non va oltre i limiti della sua durata, è minima, è pre­caria, può essere banalissima o co­munque non più che divertente, e occorre che i personaggi, i rappor­ti, gli oggetti in essa trattati ritor­nino in altre strips un certo numero di volte, sei volte, sette volte, nove volte, anche quindici, sedici volte, accumulando momento su momen­to e aspetto su aspetto, perché noi si possa entrare nel merito qualita­tivo del fumetto. A furia di quantità è avvenuto quello che ho chiamato "scatto di totalità", cioè si è for­mato un significato secondo, che subito si riflette su ogni singola strip, anteriore o successiva, e la carica di importanza, la fa essere parte di un sistema, dandoci il sen­so di avere a che fare con tutto un mondo. Quando è Charlie Brown o B.C.; quando è un buon fumetto, si capisce...

EcoE qui viene fuori allora una conclu­sione abbastanza strana: mentre abitualmente i fumetti sono delle produzioni narrative da consumare subito come si beve un caffè, gior­no per giorno e da buttare poi via, nella misura invece in cui sono riu­sciti, essi sono opera importante e sono qualcosa che va riletto. Le storie di Charlie Brown sono nate per essere consumate ogni matti­no: proprio perché sono importanti vanno invece conservate e rilette dall'inizio. Solo cosi acquistano senso.

Del Buono
Mentre, a esempio, i fumetti di tipo Gordon, che per me, da ragazzo, erano stati educativi o diseducativi, in qualche modo formativi insom­ma, visti tutt'insieme nella riedizio­ne odierna entrano in crisi, proprio per la ripetizione. La ripetizione di dati schemi: Gordon e il cattivo im­peratore Ming, Gordon e le belle regine colorate che lo vogliono sposare, Gordon e il traditore della sua generosità, Gordon e i vari dra­ghi sdentati, eccetera, è una ripe­tizione che denuncia l'assenza di altre invenzioni più valide. È uno scacco, contrabbandato nell'ansito breve delle puntate, messo in luce dalla raccolta delle strisce, una mo­notonia casuale, non una ripresa si­gnificativa.

Eco
La forza di Charlie Brown è che ri­pete sempre con ostinazione, ma con un senso del ritmo, qualche elemento fondamentale. Come cer­to jazz ripete con ostinazione una certa frase musicale.
Potremo quindi concludere dicen­do: il buon fumetto è quello in cui la ripetizione ha un significato e accresce la ricchezza della storia, il cattivo fumetto è quello in cui la ripetizione annoia e dimostra povertà d'invenzione.

[Linus n. 1, pagine 1 e 2, aprile 1965]

L'articolo originale si trova qui, su "Ballons, il blog delle comic strip".

Chi contamina chi nel fumetto?

Riporto una riflessione accurata, scritta da Andrea Queirolo, sul sempre interessante blog "Conversazioni sul fumetto", che mi piace già a partire dal nome che è preso dall'illuminante libro a due voci di Miller ed Eisner. Concordo su molti dei pensieri che ha elaborato l'autore nel suo articolo ma aggiungo che per valutare al meglio il lavoro di Miller andrebbe considerato il suo background ebraico, che lo lega a tutti i grandi coloni del fumetto, come per esempio sono stati  Bob Kane, Bill Finger, Jerry Siegel, Joe Shuster e tutti gli altri ebrei che facevano fumetti nella New York degli anni '30, quando fare fumetti era un lavoraccio per gentaglia, come splendidamente narrato nel libro di Michael Chabon "Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay".  Il legame di Miller con Eisner è cementato anche dal fatto non secondario che entrambi sono autori, nel senso completo del termine autore. Chi scrive ciò che nel contempo si disegna andrebbe soppesato diversamente da chi è solo disegnatore, almeno, secondo me...

L'articolo lo trovate qui.











Gianni De Luca, "Amleto".


Frank Miller, "Elektra Lives Again"


Will Eisner, "New York"
http://conversazionisulfumetto.wordpress.com/2011/05/06/su-de-luca-fra-jh-williams-iii-e-frank-miller/